Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).







 


 


 




 


 


 



sabato 11 aprile 2015

Rischio naturale, tegola sulla Regione IL FALLIMENTO DELLA REGIONE SICILIA LO SCIPPO DI RENZI ALLA REGIONE SICILIA

Rischio naturale, tegola sulla Regione


di Rosario Battiato
Annullati 39 decreti per
altrettanti lavori di prevenzione idrogeologica: 
Roma si riprende più di 2 milioni di euro.

Agrigento e Messina le province più penalizzate: ad alto pericolo e senza fondi

per avviare i cantieri

PALERMO – A vederli tutti in fila rendono bene l’idea di  dismissione, di abbandono. I 39 decreti di annullamento dei fondi per altrettanti cantieri relativi al contenimento del rischio idrogeologico, presenti sul sito del dipartimento Ambiente, non sono soltanto l’ennesima occasione persa per cominciare a sanare alcuni pezzi della Sicilia nel mirino del rischio naturale, ma anche uno spreco produttivo per i 2,4 milioni di euro complessivi che abbandonano le imprese e i lavoratori isolani per tornare a Roma.

Non abbiamo pescato la carta sbagliata dal mazzo degli imprevisti, perché la notizia era nell’aria da dicembre quando si scatenò una durissima polemica relativa alla perdita dei fondi Pac non spesi (fondi europei e nazionali), che lo Stato si è ripreso con l’ultima legge di stabilità. A piangere sono sette province per interventi di varia natura. Ci sono sistemazione degli attraversamenti stradali e ferroviari, messa in sicurezza degli insediamenti produttivi, autostrade da riparare, passaggi fluviali, torrenti, infrastrutture viarie di vario genere.

A rimetterci è soprattutto Messina, la regina del rischio idraulico. Il piano di gestione del rischio alluvioni della Regione segnala, basandosi sui dati della protezione civile regionale, ben 9mila punti critici che potrebbero essere coinvolti dalle alluvioni. Si tratta dei ‘nodi’, cioè “intersezioni tra viabilità e corsi d’acqua o qualsivoglia situazione per la quale sia temibile una situazione di potenziale rischio relativa all’interferenza tra acque superficiali ed elementi antropici”. Ben 2.285 (29%) si trovano in provincia di Messina per una densità di 0,68 nodi per km2. Seguono Palermo (1495) e Agrigento (944).

Non è un caso che proprio nell’area peloritana, assieme all’agrigentina, si concentrasse la parte più sostanziosa dell’azione. Ben nove interventi per circa 540 mila euro, 60mila ad azione, distribuiti tra la sp per Savoca, comuni di Monforte Sangiorgio e San Pier Niceto, Alcara Li Fusi, Pagliara, Reitano e Santo Stefano di Camastra. Ad Agrigento, invece, record di interventi con ben 14 azioni specifiche per circa 900mila euro. Una somma decisiva per assestare le infrastrutture viarie del territorio e mettere in sicurezza torrenti e fiumi.

L’intervento più cospicuo andato perduto è in provincia di Ragusa. Il dettaglio è contenuto nel decreto dirigenziale firmato da Salvatore Anzà che all’articolo 1 precisa come “nelle more della riprogrammazione dei fondi PAC III Nuove azioni regionali e misure anticicliche viene annullato, in autotutela, il decreto D.D.G n. 1181 del 10/12/2014 di approvazione e finanziamento del ‘Lavori di decespugliatura e pulizia della sede alveare di un tratto di fiume Irminio’”, disimpegnando ben 172mila euro.

Non cambia nulla in una Sicilia specialista nella perdita dei fondi per la mitigazione del rischio idrogeologico. Nell’ultima deliberazione di inizio marzo la Corte dei Conti ha mappato gli interventi nell’Isola, considerando gli accordi di programma quadro del 2010-2011 e la programmazione 1998-2008: appena 218 interventi conclusi a fronte di 439 totali. Numeri che hanno attivato 262 milioni di euro, mentre restano ancora sospesi, tra esecuzione, progettazione o in fase di avvio, 382 milioni di euro.
Articolo pubblicato il 10 aprile 2015





ORA RENZI VUOLE SBARAZZARSI DI CROCETTA. DIMENTICANDO

CHE INSIEME (AL PD) HANNO AFFOSSATO LA SICILIA

Giulio Ambrosetti

Il governo Renzi vorrebbe mandare a casa il presidente della Regione, Crocetta, per non restituire alla Sicilia 2 miliardi di euro. Soldi che a Roma servono per pagare 16 miliardi alla Ue, pena l’aumento dell’Iva. Che dirà il Presidente Mattarella?
Lascerà massacrare l’Isola destinata a fare una fine peggiore della Grecia? 

A che punto è la notte della Sicilia?
Le voci che si rincorrono, in queste ore, tra Roma e Palermo, raccontano di un governo nazionale che sarebbe pronto a mandare a casa il presidente della Regione, Rosario Crocetta. 

Motivazione ufficiale: il Pd di Matteo Renzi e i suoi seguaci avrebbero preso atto che il governatore dell’Isola non sarebbe più affidabile. Motivazione vera: lo Stato, dopo aver ridotto la Sicilia in mutande, strappandole quasi 5 miliardi di euro negli ultimi due anni, avrebbe scoperto che non può restituire ai siciliani circa 2 miliardi di euro per consentire al Parlamento dell'Isola di approvare il Bilancio 2015. Come abbiamo scritto nell’ultima puntata della nostra rubrica, la profezia del
professore Massimo Costa
 si sta avverando: la Sicilia è tecnicamente fallita. Anche se, rispetto ai calcoli di chi scrive, in queste ultime settimane c’è stata un’accelerazione. Perché questa fretta del Pd renziano di certificare il fallimento della Sicilia? E fino a che punto è percorribile la strada del commissariamento della Regione siciliana?

Oggi, numeri alla mano, proveremo a ragionare non tanto e non soltanto sull’ipotesi di commissariamento della Regione siciliana, ma anche sulle ragioni che starebbero portando il governo Renzi a sbarazzarsi del presidente della Regione, Crocetta. Con molta probabilità, la fretta del governo Renzi nel voler liquidare in tempi stretti il ‘caso’ Sicilia (mandando a casa Crocetta) potrebbe essere legata a due fattori tra di loro strettamente legati: l’esigenza del governo Renzi di trovare a brevissima scadenza 16 miliardi di euro per evitare di aumentare l’Iva di almeno un punto e la crisi della zona euro, se è vero che il rilancio dell'economia, nonostante l’immissione di liquidità operata dalla Bce, non sembra ancora a portata di mano. Soprattutto in Italia, Paese nel quale l’Istat, proprio in queste ore, certifica un aumento costante della disoccupazione, con buona pace della tanto decantata ripresa economica.

I due temi, l’abbiamo già accennato, sono interconnessi. Renzi cerca di infondere ottimismo agli italiani, ma le sue parole, per molti versi, ricordano quelle di un celebre personaggio del ‘Candido’ di Voltaire, Pangloss. Al pari di questo personaggio tedesco - un malato di ingiustificato ottimismo che pretendeva, come Leibniz, di vivere “nel migliore dei mondi possibili” - Renzi cerca di far credere agl’italiani che il suo sia il “migliore dei governi possibili”. Ma i fatti, però, gli danno torto. E i già citati 16 miliardi di euro che deve trovare a tamburo battente per evitare un aumento dell’Iva che sarebbe a dir poco rovinoso per l’Italia, sono lì a dimostrare la fallacità dell’ottimismo renziano, che per cadere in contraddizione non ha nemmeno bisogno di un Voltaire che gli confezioni un ‘Candido’ su misura. 

Sarebbe ingiusto, però, ascrivere al solo Renzi le colpe di una crisi economica che ha radici globali e, magari, europee. Da mesi, in Italia, giornali e Tv ci dicono che lo spread tra Italia e Germania è ai minimi storici, che l’economia italiana è in ripresa e che le cose vanno bene (il complesso di Pangloss, personaggio letterario che, non a caso, è tedesco, non ha colpito solo Renzi…).

A questa interpretazione ‘tranquillizzante’ dell’euro-story si accompagna -rintracciabile sulla rete tra economisti, osservatori e giornalisti non esattamente entusiasti della moneta unica europea - una tesi opposta: e cioè che l’economia reale (soprattutto quella italiana) è un disastro, che la crisi rischia di far saltare l’Italia (e quindi la zona euro) e che, proprio per evitare il crollo dell’eurozona, si sta drogando il mercato con l’immissione di liquidità (‘inghiottita’, per lo più, dalle onnivore banche) e si sta abbassando lo spread. Insomma, secondo questa seconda tesi - opposta alla prima - lo spread non sarebbe sceso sotto i 100 punti perché il governo Renzi va bene e sta rilanciando l’Italia ma, al contrario, perché l’Italia di Renzi va male e rischia di trascinare nel baratro l’eurozona.

Noi non siamo in grado di sapere quale delle due tesi sia quella vera. Noi ci limitiamo ad osservare i duri fatti che premono dal basso. Un primo fatto, l’abbiamo già accennato, è che in Italia non c’è ripresa economica. 

Anche la storia dei contratti di lavoro in aumento, propagandata dai seguaci di Renzi, è stata raccontata a metà. Stranamente, i grandi giornali italiani, pieni di ‘economisti’, si sono dimenticati di precisare che gli sgravi fiscali che sarebbero alla base delle nuove assunzioni - che riguardano, per lo più, imprese del Centro Nord Italia - vanno in scena (leggere sono state finanziate) con lo scippo di 5 miliardi di euro di fondi Pac al Mezzogiorno d’Italia. 

Ma tutto ciò che nasce dal male, come insegna il Vangelo, non può produrre bene. 

E infatti i 5 miliardi di euro scippati al Sud non hanno innestato alcuna ripresa, perché la caduta verticale dell’economia italiana è più forte di qualunque scippo ai danni del Meridione. 

Il secondo fatto che preme dal basso riguarda la Sicilia. Regione autonoma, per ricordarlo ai lettori americani. Alla quale, come già ricordato, Roma ha scippato circa 5 miliardi di euro negli ultimi due anni. Siamo già ad aprile ed entro questo mese - o al massimo entro il 30 maggio - il Parlamento siciliano dovrà approvare il Bilancio. Non tanto e non soltanto perché lo prevede la legge (la mancata approvazione del Bilancio si configura come violazione persistente dello Statuto e comporta lo scioglimento del Parlamento siciliano), ma perché dall’1 maggio non ci sono più soldi non per pagare 50 mila soggetti, ma per pagarne più del doppio.

In questa storia del fallimento della Regione siciliana stanno facendo tutto il governo Renzi e il Partito democratico. Anche se la disinformazione che va in scena in Italia cerca di accreditare un’altra tesi: e cioè che la Sicilia è spendacciona e che sta meritando quello che sta succedendo.

Invece, numeri alla mano, la responsabilità di tutto quello che sta succedendo è del governo nazionale e del Pd. Roma ha strappato al Bilancio della Regione 915 milioni di euro nel 2013. Poi ha scippato, sempre dal Bilancio della Regione siciliana, un altro miliardo e 150 milioni nel 2014. A cui si aggiungono, sempre nel 2014, 200 milioni di euro per i ‘famigerati’ 80 euro al mese per i lavoratori con redditi inferiori a mille e 500 euro mensili. 

Quest’anno il governo Renzi si è già preso un miliardo e 115 milioni di euro. Se li contiamo, siamo già a 3 miliardi e 350 milioni di euro circa. A cui va sommato lo scippo di un miliardo e 200 milioni di euro di fondi Pac, sigla che sta per Piano di azione e coesione (dei 5 miliardi di fondi
Pac rubati al Sud, un miliardo e 200 milioni di euro erano destinati alla
Sicilia).

Con questi numeri siamo già a 4 miliardi e mezzo di euro depredati alla Regione siciliana in due anni. Ai quali vanno aggiunti i 600 milioni di euro all’anno che, al 2009, lo Stato strappa alla Sicilia sul fronte sanitario (altra storia lunga, che vede come protagonista la parlamentare nazionale siciliana, Anna Finocchiaro, storia che racconteremo tra qualche giorno: per ora è sufficiente che i lettori memorizzino che la Sicilia, grazie a questo raggiro sui conti della sanità, perde dal 2009 circa 600 milioni di euro all’anno incamerati dallo Stato). Se consideriamo lo scippo sanitario negli ultimi due anni, dobbiamo aggiungere un miliardo e 200 milioni ai 4 miliardi e mezzo: e arriviamo a uno scippo, ai danni della Sicilia, di circa 5 miliardi e 700 milioni di euro negli ultimi due anni, che noi abbiamo arrotondato a 5 miliardi di euro circa.

Attenzione:
questi numeri non sono una nostra invenzione:
al contrario, sono rintracciabili nei Bilanci dello Stato e nei Bilanci della
Regione. Basta leggerli, magari con il supporto di qualche tecnico. Resta da chiedersi con che faccia si possa incolpare la Sicilia di essere sciupona: maquesta è una domanda che dovremmo 'girare' ai grandi giornali e alle Tv: e in questo Renzi e Berlusconi si stanno dimostrando maestri del nuovo 'Minculpop' targato Italia 2015.

Andiamo alla Sicilia e al fallimento ormai prossimo. L’assessore all’Economia della Regione siciliana, Alessandro Baccei - inviato in Sicilia proprio dal governo Renzi - dice che il ‘buco’ del Bilancio della Regione siciliana è pari a 3 miliardi di euro. A nostro avviso non è così, perché i numeri - come abbiamo già illustrato limitandoci a leggere i dati ufficiali dei Bilanci di Stato e Regione - dicono che il ‘buco’ è di oltre 5 miliardi. Ma noi, come dire?, leviamo lite e diamo per buono il ‘buco’ finanziario di 3 miliardi illustrato dall’assessore Baccei.

Dice l’assessore Baccei che, di questi 3 miliardi, 700 milioni di euro e forse qualcosa in più arriveranno dal nuovo Pac. Si tratta di fondi già della Sicilia, che dovrebbero servire per gli investimenti (leggere infrastrutture), ma che, per l’occasione, verrebbero utilizzati per pagare la spesa corrente (leggere stipendi). Una fregatura che l'Unione europea dorebeb impedire, perché i fondi per le infrastrutture non possono finire in spesa corrente. 

Ma Bruxelles dov'è?

Dice l’assessore Baccei che altri 2 miliardi di euro e rotti arriveranno dalla restituzione delle imposte abusivamente trattenute dallo Stato (leggere le ritenute sugli stipendi dei dipendenti pubblici che lavorano in Sicilia che il governo Renzi ha incamerato riscrivendo, unilateralmente, le regole sul sostituto d’imposta) e dalla restituzione dell’Iva. Ma adesso c’è una novità che l’assessore Baccei non ha ancora comunicato: e cioè che il governo Renzi – come abbiamo già accennato all’inizio - deve trovare 16 miliardi di euro pena l’aumento dell’Iva. Dovendo reperire 16 miliardi di euro, ‘ovviamente’, Renzi non restituirà mai alla Sicilia i 2 miliardi che gli ha rubato con manovre illegittime, se non truffaldine, sul sostituto d’imposta e sull’Iva (2 miliardi che si vanno a sommare allo scippo di 5 miliardi e passa di euro operato negli ultimi due anni).

‘Ovviamente’, nonostante la disinformazione che dà una grande mano a Renzi e compagni, bisogna trovare il capro espiatorio sul quale scaricare la responsabilità dell’imminente fallimento della Regione siciliana. E Renzi e il Pd l’hanno già trovato: Rosario Crocetta. Personaggio che ha dimostrato di essere oggettivamente inadeguato a ricoprire il ruolo di presidente della Regione, Crocetta si presta benissimo per svolgere il ruolo di responsabile del disastro finanziario (e in parte lo è davvero).

Insomma, dopo aver spremuto a dovere Crocetta, o meglio, dopo aver utilizzato Crocetta per depredare i siciliani, Renzi si appresterebbe a sbarazzarsi di Crocetta.

Del resto, se la Sicilia, ai tempi di Cicerone e Verre, era il granaio di Roma, perché, oggi, non dovrebbe essere il bancomat del governo Renzi? A questo punto, per completezza d’informazione, dobbiamo illustrare ai nostri lettori - soprattutto ai lettori americani - come Renzi ha utilizzato Crocetta per spremere i siciliani. La storia, in parte, l’abbiamo già raccontata. Ora la riprendiamo con qualche particolare in più.  

Lo scorso anno la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza storica sulla territorializzazione delle imposte che dà ragione alla Sicilia. In base a questa sentenza, lo Stato dovrebbe versare alla Regione siciliana circa 10 miliardi di euro all’anno che fino ad oggi ha trattenuto.

Contestualmente, la  Regione siciliana dovrebbe pagare ciò che ancora oggi lo Stato paga alla Sicilia: 2,2 miliardi all’anno per la sanità e i docenti di Licei, scuole superiori e università, più qualche altra cosa ancora.
Nel dare e avere la Regione siciliana ci guadagnerebbe poco meno di 2
miliardi all’anno.

Che ha fatto Renzi davanti a questa sentenza? Ha chiamato Crocetta a Roma e gli ha proposto un “accordo sciagurato” (la definizione è del leader storico della sinistra siciliana, Franco Piro, ex assessore regionale al Bilancio, grande conoscitore della situazione finanziaria della Regione) in base al quale la Sicilia rinuncia, per quattro anni, agli effetti positivi dei contenziosi finanziari con lo Stato, a cominciare proprio dalla storica sentenza della Corte Costituzionale dello scorso anno. Crocetta, senza nemmeno consultare il Parlamento siciliano, ha
firmato tale accordo. E ha inguaiato la Sicilia, che oggi, senza tale accordo folle (o sciagurato) non si troverebbe nelle condizioni in cui si trova.

Ma Crocetta ha firmato tale accordo perché gliel’ha proposto Renzi. Ed è molto singolare che oggi, lo stesso Renzi, voglia oggi mandare a casa il presidente della Regione siciliana addossandogli la responsabilità del fallimento della Sicilia che, invece, è opera del suo governo. Ma tant’è.

Come finirà questa storia?
Non è facile dirlo. Perché nonostante Renzi, nonostante Berlusconi (ricordiamo che in Sicilia il Pd renziano e gli uomini di Berlusconi sono alleati: valga per tutti il ‘caso’ Agrigento, dove l’alleanza tra questi due partiti è ancora in piedi nonostante i ‘bordelli’ esplosi dopo le primarie-farsa del centrosinistra per individuare il candidato a sindaco della Città dei Templi), nonostante tutta la disinformazione sulla Sicilia alcune cose non potranno essere nascoste.
Crocetta, ad esempio, non ci sembra il tipo che si farà mandare a casa in silenzio. E’ probabile che proverà a difendersi.

Per esempio, minacciando di sputtanare Renzi, rendendo magari noti i retroscena dell’accordo “sciagurato”.

Non solo.
Oltre allo sputtanamento di Renzi e del Pd, Crocetta potrebbe impugnare l’eventuale commissariamento della Sicilia, magari davanti la Corte Costituzionale. Motivandolo col fatto che la persistente violazione dello Statuto - cioè l’eventuale mancata approvazione del Bilancio regionale 2015 - sarebbe stata provocata da Roma e non dal suo governo. Tra l’altro, secondo lo Statuto siciliano, il commissariamento della Sicilia deve passare da un voto dei due rami del Parlamento nazionale (Camera e Senato) riunite in seduta plenaria con la nomina di ben tre commissari.

Di più:
per la Sicilia non si tratterebbe di un commissariamento, ma di una sospensione della democrazia. Perché Renzi e il Pd, dopo aver fatto fallire la Sicilia, potrebbero andare a nuove elezioni regionali solo truccando le elezioni. Perché il vero dato politico di questa storia è che Renzi, il Pd e Crocetta, in due anni, hanno rubato alla Sicilia circa 7 miliardi di euro portandola sul lastrico. Chi è che, nell’Isola, voterebbe per questi ‘predoni’?

Di più.
In Sicilia c’è un forte Movimento 5 Stelle che, per sua fortuna, non è stato molto penalizzato dagli errori di Beppe Grillo. Sta, poi, rinascendo una sinistra alternativa al Pd. E, soprattutto, sta prendendo piede non il partito dei sindaci, ma un grande movimento civico imperniato sui sindaci.

Non è un caso che il candidato a sindaco di Agrigento, Lillo Firetto, sul quale né il Pd, né Forza Italia è riuscito a mettere il 'cappello', si richiama proprio ai movimenti civici. Nessuno, in Sicilia, vuole più andare con il Pd e con Forza Italia. 

Ancora.
Se si dovesse sciogliere anticipatamente  il Parlamento siciliano il Pd dovrebbe fare i conti con un’eventuale candidatura alla guida dell’Isola da parte di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo e presidente dell’Anci Sicilia, l’Associazione nazionale dei comuni italiani. Un personaggio, Orlando, che il Pd vede come il fumo negli occhi. Un uomo che, una volta eletto alla presidenza della Regione, metterebbe subito in fuori gioco il Partito democratico.

Dunque, se il Pd di Renzi, come sembra, dovesse sbarazzarsi di Crocetta, dovrebbe bloccare le elezioni regionali, cioè sospendere la democrazia per almeno un anno, forse per due anni, per cercare di recuperare consenso. Ma si troverebbe di fronte la rabbia dei siciliani e, soprattutto, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che per
sfortuna di Renzi è siciliano ed è, soprattutto, una persona corretta. E anche un giurista che conosce molto bene sia il diritto parlamentare (materia che ha insegnato all’Università di Palermo), sia lo Statuto siciliano.

I siciliani, infine. E qui Renzi e il Pd rischiano di impantanarsi. I 2 miliardi di euro che il governo Renzi - come già ricordato - non vuole più dare alla Sicilia provocherebbero un terremoto sociale oltre che finanziario.

La questione, lo ribadiamo, non tocca solo 50 mila persone. Se facciamo due conti, possiamo affermare che il bilancio di ‘cassa’ della Regione, sulla carta, è di circa 18 miliardi all’anno. Parliamo, lo ripetiamo, della ‘cassa’, cioè dei soldi che la Regione immette ogni anno nel sistema-Sicilia.

Ebbene, di questi 18 miliardi, 9 miliardi volano via per la spesa corrente regionale (per lo più stipendi) e altri 9 miliardi dovrebbero andarsene per la sanità.

Nel caso della sanità usiamo il condizionale perché, da qualche anno a questa parte, la Regione ha utilizzato una parte di questi 9 miliardi per pagare altre spese. A nostro modesto avviso, già dai conti della sanità siciliana manca all’appello più di un miliardo di euro. E questo nonostante gli incredibili tagli ai servizi sanitari della Sicilia operati dal 2009 ad oggi. Ciò significa che, già da quest’anno, ci potranno essere serissimi problemi di gestione finanziaria delle Aziende sanitarie e delle Aziende ospedaliere dell'Isola e altri problemi legati a un’ulteriore riduzione dei servizi sanitari (in tutto questo si debbono erogare i 94 milioni di euro all’Ismett di Pittsburg: una clientela siculo-massonica-americana che la Sicilia non si può più permettere, ma che somiglia tanto a qualcosa alla quale non si può dire di no...).

Che cosa vogliamo dire?
Semplice: che i due miliardi che il governo Renzi non vuole più restituire alla Sicilia non potranno essere presi da una sanità siciliana già dissanguata. Bisognerà incidere sulla spesa corrente ‘altra’. Cioè sugli stipendi di precari, forestali, dipendenti pubblici. Qui, lo ribadiamo, siamo ben oltre 50 mila persone. Per consentire a Renzi di non restituire questi 2 miliardi si profila una macelleria sociale senza precedenti. E non è detto che le campagne di disinformazione riusciranno a nascondere la verità. E la verità è che il governo Crocetta - o i commissari che prenderanno il suo posto - dovranno tagliere soldi ai pensionati, licenziare migliaia di persone (e non solo non pagarle!) e ridurre gli stipendi a migliaia di dipendenti pubblici, prorpio come hanno fatto in Grecia. Nessuno dice che la situazione che il  governo Renzi, il Pd e Crocetta hanno creato in Sicilia è più grave di quella greca  Chissà perché.     


LA PROFEZIA DI MASSIMO COSTA SI AVVERA: SICILIA CON IL
‘BUCO’ DI 3,2 MILIARDI VERSO IL FALLIMENTO

Giulio Ambrosetti

Nessuno
lo dice, ma il fallimento della Sicilia è nei fatti. Lo certificano con 3,2
miliardi di ‘buco’ il presidente Crocetta e l’assessore Baccei. Che, però,
litigano su come fare ‘inghiottire’ ai siciliani un fallimento controllato. La
verità è che nei prossimi anni aumenterà la povertà
Ricordate
la profezia
del professore Massimo Costa
? Sul nostro giornale, un paio di mesi fa ha
scritto che la Sicilia sarebbe fallita.
In
Italia, ovviamente, nessuno gli ha creduto. Perché nel Belpaese, si sa, le cose
estreme non si verificano mai. C’è sempre il tempo e il mezzo per trovare soluzioni
intermedie. Le mediazioni, come si chiamano in politica. Ma la politica c’è
ancora in Italia? E c’è ancora in Sicilia? Domanda legittima a giudicare da
quello che succede in questi giorni nella sempre più scombiccherata politica
siciliana. Che, a fine marzo, si ritrova ancora senza il bilancio 2015. E con
ben due proposte di manovra economica: una presentata dall’assessore
all’Economia, Alessandro Baccei, e l’altra presentata dal presidente della
Regione, Rosario Crocetta. Due manovre economiche e finanziarie diverse, o
meglio contrapposte, per una sola Regione.  
Dovendo
raccontare ai lettori americani quello che succede nella politica siciliana ci serviamo
di una semplificazione. In Sicilia c’è ormai uno scontro tutto interno al
governo regionale. E’ come se il governatore di uno Stato americano si trovasse
contro gli uomini e le donne che si è messo accanto per governare. Con una
piccola ma sostanziale differenza: che mentre negli Stati americani i governatori
si scelgono liberamente i propri collaboratori, in Sicilia il presidente della
Regione, il già citato Crocetta, ha avuto imposto l’assessore all’Economia, il
già citato Baccei, dal governo Renzi.
I
due, a quanto pare, non la pensano alla stessa maniera. Baccei ha presentato al
Parlamento siciliano una manovra tutto sommato leggera: vorrebbe mettere un po’
a ‘dieta’ alcune categorie sociali, tagliando 150 milioni di euro. Così ha messo
giù un disegno di legge da 20 articoli. Il presidente della Regione, Crocetta,
per tutta risposta, ha presentato, sempre al Parlamento siciliano, una manovra
di ben 80 articoli e oltre. Con un obiettivo politico e parlamentare che sembra
piuttosto chiaro: far scorrere altro tempo.
Così
il Parlamento siciliano si ritrova con due manovre. Per quello che abbiamo capito,
il Parlamento dell’Isola ha preso in esame il testo del presidente della
Regione. Nel quale, però, manca la firma dell’assessore Baccei. Anomalia, questa,
che è stata subito fatta notare dal presidente del Parlamento siciliano,
Giovanni Ardizzone.
Come
i lettori possono notare, nella politica siciliana la confusione politica, parlamentare
e istituzionale, in queste ore, è tanta. Siamo davanti a una guerra di
posizione tutta interna al governo della Regione. Tornano alla mente le già
citate parole scritte un paio di mesi fa dal professore Costa sul possibile
fallimento della Sicilia. Eh già, perché anche se in Sicilia e in Italia
nessuno lo scrive, il fallimento della Sicilia è ormai dietro l’angolo.
Non lo diciamo noi: lo dicono i numeri.
Perché
in queste ore, per ammissione dello stesso governo siciliano, è emerso un dato sul
quale Crocetta e Baccei, in disaccordo su tutto, per l’occasione concordano: il
‘buco’ di finanziario della Regione, che ammonta a 3,2 miliardi di euro.
Intanto va precisato che si tratta di un ‘buco’ finanziario di ‘cassa’ e non di
competenza. Insomma, su una spesa annuale che, fino a qualche anno fa, si
attestava intorno ai 10 miliardi di euro (già allora, in verità, se ne spendevano
un po’ meno perché la ‘cassa’ era già in sofferenza), mancano all’appello oltre
3 miliardi di euro.
Ribadiamo a scanso di equivoci: il dato l’ha fornito lo stesso
governo siciliano.
Ed è la prima volta - elemento, questo, che è stato poco osservato e poco
commentato in Sicilia e in Italia - che si ammette ufficialmente la presenza di
un ‘buco’ finanziario di tali dimensioni nei conti della Regione siciliana.
Perché fino a poche settimane fa il ‘buco’ veniva quantificato in un
miliardo-un miliardo e mezzo di euro. Oggi, invece, i governanti siciliani
cominciano ad ammettere la verità.
Il
dato, forse, non è ancora quello reale. Forse il dato reale l’ha fornito un paio
di mesi addietro l’ex assessore regionale, Franco Piro, figura storica della
sinistra siciliana. Piro, assessore al Bilancio alla fine degli anni ’90 del
secolo passato, è stato uno dei pochi politici a capire, già da allora, dove sarebbe
andata a parare la Regione siciliana se non fossero intervenuti correttivi. Ed
è stato storicamente il primo ad occuparsi non soltanto della spesa, ma anche
delle entrate. Cioè di come fare aumentare le entrate finanziarie della
Regione, massacrate da cattivi e corrotti amministratori pubblici siciliani e
da uno Stato centrale rapace. Ma Piro è durato poco.
Dopo
di lui sono arrivati i governi regionali di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo.
E adesso c’è il governo Crocetta.
Ebbene,
qualche mese fa, osservando i conti della Regione, Piro ha detto che il ‘buco’ finanziario
della Sicilia sfiorava i 5 miliardi di euro e forse più. Oggi Crocetta e
Baccei, gioco forza, hanno dovuto ammettere che il ‘buco’ della Regione ammonta
a circa 3,2 miliardi di euro.
Un’ammissione pesante.
Anche
se non completamente veritiera, stando all’analisi fatta da Piro, che la
finanza regionale la conosce bene. A questo punto le questioni sono due: capire
da che cosa è stato provocato questo ‘buco’ e che cosa fare per porvi rimedio.
I due punti sono strettamente interconnessi, perché è eliminando le ragioni che
provocano il ‘buco’ finanziario che si può procedere al risanamento. E qui
iniziano le reticenze. Perché né Crocetta, né Baccei raccontano la verità sul
perché si è formato questo ‘buco’ finanziario.
A
dir la verità, per essere precisi, Baccei una mezza verità l’ha detta. Lo scorso
dicembre, infatti, c’era stato il tentativo di scaricare sulla sanità siciliana
la responsabilità del ‘buco’ finanziario. Ma l’assessore Baccei, molto correttamente,
ha detto che la sanità siciliana è sana e che non c’entra nulla con la crisi
finanziaria della Regione. Sono altre le ragioni che hanno portato la Sicilia
sull’orlo della bancarotta finanziaria.
Forse
per capire il perché la Regione siciliana autonoma è sull’orlo della bancarotta
- del fallimento, per tornare alla profezia del professore Costa – bisogna andare
sulla rete e cercare gli interventi di alcuni parlamentari nazionali del Movimento
5 Stelle. I quali, senza mezzi termini, ricordano che l’Italia, ogni anno, per
restare nell’Unione europea, deve pagare circa 50 miliardi di euro di Fiscal
compact. E questo, aggiungono i grillini, non è più sostenibile.
Il
Fiscal compact è un trattato internazionale demenziale voluto dall’Unione
europea che, detto in soldoni, dovrebbe ridurre del 50 per cento, in 20 anni,
il debito pubblico italiano, che oggi sfiora i 2 mila e 200 miliardi di euro.
Il Fiscal compact è stato firmato dal governo di Mario Monti quando il debito
pubblico italiano si attestava intorno al mille miliardi e 900 milioni di euro.
A distanza di tre anni l’Italia paga il Fiscal compact, ma il debito pubblico è
aumentato lo stesso di circa 300 milioni di euro. Sono i misteri della Troika:
Unione europea, Fondo monetario internazionale (Fmi) e Banca
centrale europea (Bce).
Il
Fiscal compact non è più sostenibile, dicono i grillini. E la Sicilia ne sa qualcosa.
Se è vero che per “risanare la finanza nazionale” Roma ha tolto dal Bilancio
della Regione 915 milioni di euro nel 2013, un miliardo e 150 milioni di euro e
un miliardo e 115 milioni di euro quest’anno (più altri 200 milioni di euro nel
2014 per pagare i ‘famigerati’ 80 euro al mese). Ma di questi “accantonamenti”
- così si chiamano tecnicamente tali prelievi effettuati dallo Stato dai
Bilanci 2013, 2014 e 2015 della Regione siciliana - non parlano né Crocetta, né
Baccei. Perché? Per pudore. Perché l’ordine è quello di non far sapere agli
italiani quanto costa ogni anno la permanenza dell’Italia nell’Unione europea
dell’euro. Ordini del Pd, partito ‘europeista’ per antonomasia. Ma se in
Sicilia facciamo quattro conti, possiamo affermare che i soli “accantonamenti”
dello Stato sfiorano i 3 miliardi e 400 milioni di euro.
E
siccome il ‘buco’ finanziario della Regione è stato quantificato in 3 miliardi
e 200 milioni, beh, siamo lì, centinaio di milioni in più, centinaio di milioni
in meno. In realtà, come ha detto Piro, il ‘buco’ è maggiore: dovrebbe superare
i 5 miliardi di euro e forse più.
Sui
giornali siciliani leggiamo che il governo Renzi sarebbe disposto ad aiutare la
Sicilia a fronteggiare il ‘buco’ provocato non dalle spese eccessive della Regione
- che non ci sono più ormai da tempo - ma dagli “accantonamenti” dello Stato.
Su questo punto leggiamo un sacco di inesattezze. Abbiamo addirittura letto che
lo Stato restituirebbe alla Regione 2 miliardi di euro, ma solo se la stessa
Regione eliminerà gli sprechi. Questa, sotto il profilo tecnico, è una
menzogna. Perché lo Stato, cioè il governo Renzi, comunque andranno le cose,
non restituirà nulla alla Sicilia. Tanto meno 2 miliardi di euro!
Il
governo Renzi, sempre che il governo regionale accetti ulteriori sacrifici, autorizzerebbe
la Regione siciliana ad utilizzare una parte di soldi che sono già della
Regione siciliana. Si tratta del Fondo di sviluppo e coesione, cioè gli ex Fas,
Fondi per le aree sottoutilizzate. Sono i fondi nazionali che lo Stato destina
alle Regioni del Sud per le infrastrutture. Ebbene, la Sicilia, invece di
utilizzare questi fondi per provare a ridurre il divario infrastrutturale con
il resto del Paese, li utilizzerebbe per la spesa corrente, cioè per pagare gli
stipendi. E’ una follia, ma è questa la proposta del governo Renzi.
Come
si può notare, il governo nazionale ha scippato alla Sicilia 3 miliardi e 400 milioni
di euro negli ultimi due anni, ma non ha alcuna intenzione di restituirne
nemmeno una parte. Darebbe alla Sicilia la possibilità di utilizzare, per
pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, 700, forse 800, forse un miliardo
di euro da prelevare dal Fondo di sviluppo e coesione. Si tratta di un’ennesima
truffa ai danni della Sicilia, che invece di realizzare infrastrutture (e
quindi investimenti e nuova occupazione), utilizzerebbe il miliardo circa (e
forse meno) per pagare stipendi!
E
gli altri 2 miliardi e 200 milioni di ‘buco’ come verrebbero coperti? La manovra
dell’assessore Baccei è arzigogolata. Noi la sintetizziamo così: Roma concederebbe
altre autorizzazioni alla Regione per ‘spalmare’ questi 2,2 miliardi di
euro di ‘buco’ sulle spalle degli ignari siciliani, ai quali la verità dei
conti verrebbe nascosta. Si sta verificando, in pratica, quello che il
professore Costa ha profetizzato: il fallimento della Sicilia. Ma non un fallimento
eclatante, alla Michele Sindona, ma un fallimento controllato.
L’obiettivo
dell’assessore Baccei e del Governo Renzi che l’ha nominato è quello di
abituare piano piano 5 milioni di siciliani ad abbassare il tenore di vita, ad
andare meno in vacanza, a mangiare meno pesce, ad acquistare meno vestiti e,
soprattutto, a pagare altre tasse. Del resto, chi se non gli abitanti della
Sicilia pagherà i 2,2 miliardi di euro ‘spalmati’ silenziosamente sui conti
regionali per i prossimi anni? Somma, detto per inciso, che andrà ad
aggiungersi agli 8 miliardi circa di indebitamento finanziario della
Regione. Insomma, con Baccei, Renzi e il Pd la Sicilia si accinge a
diventare sempre più povera, sempre più povera, sempre più povera…
Di
fatto, è il fallimento di cui parlava Massimo Costa, ma tenuto nascosto e somministrato
ai siciliani in dosi omeopatiche (o quasi…).
Ovviamente,
non ci dicono che è l’Europa lo vuole, perché altrimenti i siciliani comincerebbero a
imprecare sull’Unione europea. L’importante è tenere nascosto tutto. Anzi
è già tanto che abbiano ammesso l’indebitamento di 3,2 miliardi di euro.
Bisogna
capire, adesso, cosa intende l’assessore Baccei quando parla di ulteriori sacrifici
per i siciliani. L’assessore, che come abbiamo detto nasconde un sacco di cose
ai siciliani, su una cosa ha ragione da vendere: sugli attuali sprechi che
ancora esistono in alcune fasce di dipendenti pubblici della Sicilia. Il
discorso dell’assessore Baccei, lo ribadiamo, ha una propria ragion d’essere:
siccome la Sicilia, nei prossimi anni, sarà sempre più povera (questo non lo
dice, ma è così), è bene che chi ancora oggi guadagna soldi a ‘sbafo’ venga
messo a dieta. In effetti, negli uffici della Regione siciliana ci sono mille e
800 dirigenti. Troppi. E quasi tutti diventati tali senza concorso, ma con
selezioni e leggi molto discutibili. L’assessore vuole tagliare almeno la metà
di queste postazioni dirigenziali. E ridurre gli stipendi. Visto che con l’Unione
europea del Fiscal compact siamo destinati a diventare tutti più poveri, il suo
discorso non fa una grinza.
L’assessore
vorrebbe eliminare alcune spese non nell’agricoltura, ma tra chi dice di lavorare
per l’agricoltura. La distinzione è importante, perché l’agricoltura siciliana
è un disastro e gli enti che dovrebbero sostenerla, in realtà, tranne rarissimi
casi, non l’hanno sostenuta affatto.
E,
credeteci, parliamo con cognizione di causa. L’assessore vorrebbe ridurre anche
le spese per gli operai della Forestale: e lì non siamo troppo d’accordo,
perché parliamo di gente da mille euro al mese circa che non ha più, a differenza
di quanto avveniva negli anni passati, un secondo lavoro, perché l’economia
siciliana è ormai un colabrodo. L’assessore vorrebbe poi eliminare gli enti in
via amministrativa, cioè con una legge regionale che dovrebbe aiutarlo ad
aggirare le leggi che hanno istituito tali enti. Un imbroglio legislativo, insomma.
Poi vorrebbe istituire una centrale unica degli acquisti per eliminare, alla
fonte, le tangenti sulle forniture (nella sola sanità si risparmierebbero un
sacco di soldi, ma i massoni che controllano la sanità pubblica siciliana sono
in rivolta). E poi vorrebbe abolire quasi tutte le società regionali lasciando
in piedi solo Riscossione Sicilia (la società che riscuote i tributi
nell’Isola) e Sicilia e Servizi. Il dubbio è che sui settori dove oggi operano
le società regionali (per esempio Sviluppo Italia Sicilia, società che promuove
le nuove imprese) siano in corso operazioni truffaldine in salsa romana. Così
come operazioni truffaldine sono in corso sulle royalties petrolifere. Di
queste cose Crocetta e Baccei non parlano.
Come finirà?
Secondo
noi Crocetta e Baccei, alla fine, si metteranno d’accordo. Alla fine i tagli
proposti da Baccei non sono tutti sbagliati. La follia è il Fiscal compact,
come giustamente fanno notare nel silenzio generale i grillini. Ma questo
nessuno lo contesta (a parte i grillini, ovviamente). Noi non crediamo che
Baccei cederà. Certo, l’assessore ha
contro tutto il Parlamento siciliano
.
Ma
siccome i tagli che propone sono in parte giusti - soprattutto alla luce di una
Sicilia destinata a diventare sempre più povera - alla fine la sua linea dovrebbe
passere. Anche perché, sennò, il fallimento controllato della Sicilia proposto
da Baccei e Renzi si potrebbe trasformare in un fallimento con il ‘botto’, cioè
con il commissariamento della Regione siciliana. E dubitiamo che i parlamentari
siciliani sarebbero disposti a perdere due anni e mezzo di indennità
parlamentare.

LA PROFEZIA: LA SICILIA FALLIRÀ TRA POCHI MESI, CI SARÀ LA CATASTROFE SOCIALE




LA PROFEZIA: LA SICILIA FALLIRÀ
TRA POCHI MESI, CI SARÀ LA CATASTROFE SOCIALE
Giulio Ambrosetti

Massimo Costa, economista
dell'Università di Palermo, accusa: "E' stato l'anti-siciliano Matteo
Renzi a voler chiudere definitivamente i conti. Lo scippo dei fondi nazionali,
l'esclusione da ogni investimento nel decreto sblocca-Italia...

Prepariamoci al collasso dei servizi pubblici, ai senza reddito, ai

disordini e all'insicurezza. Con Renzi bisognerà ringraziare anche

il presidente della Regione, Rosario Crocetta!" 
Massimo Costa è un
economista. Insegna all’Università di Palermo. E’ anche un appassionato
autonomista. Uno che difende l’Autonomia siciliana. Come i lettori americani
sanno, la Sicilia è una delle cinque Regioni autonome dell’Italia.
Ebbene, in questa
intervista il professore Massimo Costa lancia una profezia: il fallimento della
Sicilia e la fine dell’Autonomia siciliana. Con il licenziamento di migliaia e
migliaia di persone, disordini sociali. Insomma, il caos sociale. E non lo
prevede tra dieci o cinque anni, ma già a partire da quest’anno o, al massimo,
entro il prossimo anno.   
“La realtà – dice - non è
quella che sembra. Attenzione a quello che sta accadendo in questi giorni e in
questi mesi in Sicilia. Vi proponiamo una nostra ricostruzione, tutt'altro che
rassicurante. Fra pochi mesi vedremo se abbiamo ‘azzeccato’ (speriamo, davvero,
di sbagliarci)”.
Secondo il docente
universitario, la recente abolizione del Commissario dello Stato per la Sicilia
da parte della Corte Costituzionale non è una vittoria dell’Autonomia.
L’Ufficio del Commissario dello Stato si pronunciava sulla costituzionalità
delle leggi approvate dal Parlamento siciliano. Se le giudicava
incostituzionali le impugnava davanti la Corte Costituzionale, che veniva
chiamata a pronunciarsi sulla legge approvata dal Parlamento dell’Isola. 
Qualche mese fa la stessa
Corte Costituzionale, con una scusa un po’ ridicola (in pratica sulla base di
una vicenda che risale alla fine degli anni ’50 del secolo passato!) ha deciso
di abolire l’Ufficio del Commissario dello Stato. Il protagonista di questa
strana abolizione è Stato Sergio Mattarella, siciliano, già Ministro della
Repubblica (in Italia un terzo dei giudici costituzionali sono lottizzati dalla
politica: uno dei pochi errori commessi dai Padri della Costituzionale del
1948).    
Il professore Costa si
sofferma, poi, sul Bilancio provvisorio approvato qualche giorno fa dal
Parlamento siciliano. Per rendere chiaro il concetto ai lettori americani, vi
diciamo subito che il Governo nazionale, negli ultimi due anni e un mese ha
tolto alla Regione siciliana (che, come spesso scriviamo, è Autonoma, un po’
come uno Stato Usa) 5 miliardi di euro.
La Regione aveva già un
‘buco’ di 2 miliardi di euro per la metà coperto con un mutuo. In pratica, il
‘buco’ totale nel Bilancio di cassa della Regione siciliana ‘viaggia’ tra 5 e 7
miliardi di euro!
Di questa storia abbiamo
già parlato. E abbiamo già scritto anche della preoccupazione degli americani
per il trattamento che il Governo Renzi – molto influenzato dalla Germania
della signora Merkel - sta riservando alla Sicilia.
Ed è anche logico: i
militari americani hanno grandi interessi geopolitici in Sicilia, dalla base di
Sigonella al Muos di Niscemi. E non dovrebbero essere felici di vedere una
Sicilia preda di grandi disordini sociali provocati, di fatto, dal Governo
nazionale. 
Con un buco finanziario di
cassa che varia da 5 a 7 miliardi di euro la Regione siciliana non può
approvare un Bilancio normale. Così ha approvato un Bilancio provvisorio per i
primi quattro mesi dell’anno. In attesa di approvare il Bilancio ordinario ad
aprile. 
Tutto questo sta avvenendo
ben sapendo che, per quasi tutte le categorie sociali della Sicilia, ci sono i
soldi solo per i primi quattro mesi. Poi nessuno sa quello che succederà. Da
qui la profezia a breve termine dell’economista Massimo Costa. 
L’economista cita
l’assessore che è stato imposto alla Sicilia da Roma: Alessandro Baccei, un
tipo sveglio, che ha preso il timone della Regione, esautorando, di fatto, un
presidente - Rosario Crocetta - che in questa fase sembra più confuso che persuaso.
E’ stato Baccei a volere questo Bilancio provvisorio (la dizione giuridica è
esercizio provvisorio) con i soldi contati per i primi quattro mesi. Dice il
professore Costa: “Risveglio della Sicilia con Baccei che imputa a bilancio
entrate in pre-contenzioso? Ma quando mai! E' tutta una messa in scena.
L'obiettivo reale è la soluzione finale per la Sicilia. Abbiate la pazienza di
seguirmi e di mettere insieme i seguenti elementi”.
L’assessore Baccei ha fatto
inserire nel Bilancio provvisorio delle entrate fittizie. Si tratta di un
miliardo e 700 milioni di euro più un miliardo e 112 milioni euro che la
Regione potrà utilizzare solo se lo Stato assegnerà questi soldi alla Sicilia.
Come si può notare, un gioco strano, quello ‘pilotato’ dal Governo Renzi con il
sottosegretario Graziano Delrio: in due anni e 1 un mese (il mese di gennaio di
quest’anno), Roma ha tolto alla Regione siciliana 5 miliardi di euro circa. Ora
l’assessore Baccei - piazzato in Sicilia da Renzi e Delrio - dice che, forse,
il Governo nazionale restituirà alla stessa Sicilia 2 miliardi e 800 milioni
circa dei soldi che gli ha scippato. Questi soldi che lo Stato forse restituirà
alla Sicilia si chiamano “accantonamenti negativi”.  
Il professore Costa mette
insieme questa storia strana degli “accantonamenti negativi” con una mossa un
po’ assurda operata la scorsa estate dal presidente della Regione, Rosario
Crocetta. Quest’ultimo, senza dire niente a nessuno - non ha avvertito gli
assessori del suo Governo e non ha avvertito il Parlamento siciliano - ha
imposto alla Sicilia la rinuncia, per quattro anni, agli effetti positivi del
contenzioso tra Stato e Regione siciliana. In particolare, il presidente
Crocetta ha stabilito che la Regione da lui presieduta non metterà in atto, per
i prossimi quattro anni, una sentenza della Corte Costituzionale - guarda caso
dello scorso anno - che dà ragione alla Sicilia sulla questione della
territorialità delle imposte. 
Semplificando, grazie a
questa sentenza la Regione siciliana avrebbe potuto incassare già a partire da
quest’anno circa 10 miliardi di euro, accollandosi, contestualmente, alcune
competenze residue che ancora gestisce lo Stato. Nel complesso, avrebbe guadagnato
2 miliardi di euro e forse più, risolvendo, con una semplice operazione
finanziaria i problemi di Bilancio (con 2 miliardi di euro di entrate in più
all’anno in tre-quattro anni avrebbe azzerato il deficit di cassa di 5-7
miliardi: ma Crocetta ha ritardato di quattro anni l’applicazione di tale
sentenza!).  
“Crocetta - dice Costa -
rinuncia misteriosamente ai proventi di tutti i contenziosi vinti e a vincersi
dalla Sicilia nei confronti dello Stato per i prossimi quattro anni. Tutto
questo nel momento più difficile per i conti pubblici in Sicilia. Il sottosegretario
Delrio supera la fase di commissariamento soft della Sicilia che va avanti dal
2012 e nomina direttamente un proprio uomo, Baccei, ad assessore all'Economia,
con l'esautoramento sostanziale e definitivo del Presidente della Regione
eletto al quale resta solo la competenza di andare da Giletti e parlare di
antimafia…” (questo è ovviamente un passaggio ironico che riguarda Crocetta,
che va spesso a chiacchierare nella trasmissione televisiva dove chi grida più
forte ha ragione…).
A questo punto il
professore Costa parla di Riscossione Sicilia, la società regionale per la
riscossione dei tributi che è stata fatta quasi fallire dalla stessa Regione.
“Dopo averlo sapientemente pilotato da sempre – dice l’economista - giunge
finalmente il dissesto di Riscossione Sicilia: il consiglio di amministrazione
di questa società regionale si è dimesso in blocco. Riscossione Sicilia è oggi
già virtualmente chiusa ed assorbita da Equitalia, togliendo alla Regione
l'ultimo polmone di finanza autonoma, l'ultimo residuo del secondo comma
dell'art. 37 dello Statuto in qualche modo applicato”.  
“Il decreto-Irpef  -
prosegue Costa - dà il colpo di grazia alle finanze siciliane, dirottando sui
versamenti telematici, e quindi allo Stato, il 90 % delle entrate naturali
della Regione, dopo un lungo e lento stritolamento, iniziato nel 2012, che qui
non mette conto neanche richiamare.
Prima conseguenza, ovvia:
il Bilancio regionale 2015 non si può nemmeno abbozzare. Lo strangolamento finanziario
è ormai totale. Ma l'obiettivo vero dello Stato- nemico, quello non
dichiarato, non è questo. C'è dell'altro”.
Siamo arrivati ai giorni
nostri. Fatti di qualche giorno fa. Dice ancora il professore Costa: “Viene
nominato a Presidente della bicamerale per le Regioni un noto siciliano
collaborazionista (come fecero con Enrico La Loggia ai tempi del federalismo
fiscale presunto), Giampiero D'Alia, la cui primissima dichiarazione è quella
secondo cui le autonomie speciali, specialmente ‘alcune’, vanno superate.
L'assessore-Presidente ombra,
infine - il riferimento è a Baccei - vara una legge monstruum di esercizio
provvisorio, approfittando della provvida eliminazione per tempo del Commissario
dello Stato e quindi potendola fare andare comunque in Gazzetta ufficiale ed
essere efficace”. 
“Cosa c'è di mostruoso in
questa legge? - si chiede Massimo Costa a proposito del Bilancio provvisorio?
“Due cose - prosegue il docente universitario: primo, si dilaziona, caso unico
in Italia, l'attuazione della Legge n. 196 del 2009 sulla nuova contabilità
degli enti pubblici che dal 2015 quindi varrà per tutte le aziende pubbliche
italiane, per tutte tranne che per due: lo Stato italiano e la Regione
siciliana, entrambe tecnicamente fallite, ma intenzionate a nascondere per
altri 12 mesi la polvere sotto il tappeto (in attesa di che? questo mi
sfugge). Secondo, inventando una parola mai sentita in vita mia: il
pre-contenzioso”. 
Insomma, l’economista
Massimo Costa dà per fallite sia l’Italia di Renzi (e, in effetti, con tutte le
tasse imposte agl’italiani vedere il debito pubblico schizzare ancora all’insù
è strano: 2 mila miliardi e 200 milioni di euro, 100 e passa milioni di debito
pubblico in più nel giro di pochi mesi!), sia la regione siciliana. 
A proposito del
pre-contenzioso tra Stato e Regione - cioè i 2 miliardi e 800 milioni che lo
Stato dovrebbe restituire alla Regione siciliana - il professore Costa precisa:
“Non so bene cosa sia il pre-contenzioso. Tecnicamente o c'è il contenzioso o
non c'è. L'ex assessore Gaetano Armao impugnava le Finanziarie dello Stato
davanti alla Corte Costituzionale (quello era contenzioso), l'assessore Baccei
rinuncia al contenzioso in essere, e iscrive in entrata entrate presunte, che
potrebbero realizzarsi se qualcuno intanto le chiedesse, e se la Commissione
Paritetica emanasse i relativi decreti attuativi. La Regione non ha la facoltà
di stravolgere le leggi di bilancio al punto di mettere in attivo entrate presunte,
che peraltro lo Stato non ha a propria volta. Ma non è questo il punto! Dire
che la Regione non lo può fare, o che lo Stato, ormai fallito, non può
permettersi di restituire dei furti alla Sicilia nemmeno un centesimo, perché
in cassa non c'è nulla, ebbene tutto ciò è fuorviante. Il vero punto è un
altro, cari lettori. Il punto è che Baccei ha certamente concertato con Roma
questa mossa. E Delrio, quindi, la conosce perfettamente. Non c'è, non può
esserci a logica, alcuna sfida tra Baccei e Delrio, non siamo stupidi!”.
Che succederà, allora? “Ma
sarà lo stesso Delrio, con il quale questa mossa è stata concordata -
sottolinea ancora l’economista - che se ne servirà per dare alla Sicilia il
colpo di grazia finale. Il Ministero per gli Affari regionali impugnerà la
legge approvata da Sala d’Ercole che autorizza l'esercizio provvisorio,
manifestamente incostituzionale, e la impugnerà ex tunc, diffidando la
Regione dal dare seguito alla stessa, a pena di risponderne personalmente. A
quel punto Baccei, sconcertato (per finta), si dimetterà. La Regione siciliana
cadrà nella paralisi più totale”.
“Nel frattempo - prosegue
il professore Costa - i pogrom quotidiani contro la Sicilia riprenderanno.
L'Autonomia siciliana sarà linciata come non mai, posta sul banco degli
imputati. Giornali, giornalisti, sindacalisti, politici, persino qualche
regista, specialmente siciliani, saranno precettati per la sollevazione
colorata contro l'Autonomia, che sarà considerata la madre di questa
catastrofe e di tutti mali della Sicilia (e forse anche del mondo). Si spiegherà
a oltre centomila siciliani che resteranno senza stipendio che la colpa è della
Sicilia, dello Statuto e della Sua Autonomia. Tutti ne chiederanno a gran voce
la soppressione, forse anche scendendo per strada.
Il Governo nazionale
raccoglierà pietosamente questo invito. Commissarierà la Regione, ma non indirà
le nuove elezioni. Farà votare a tamburo battente una legge costituzionale,
‘specialissima’, con cui si revocherà l'Autonomia speciale e si dilazioneranno
di un anno le elezioni della nuova Regione, questa volta completamente
castrata, svuotata di ogni risorsa e a Statuto ordinario, dove la
normalizzazione della Rivolta scoppiata nel 1943 dovrebbe trovare il suo
definitivo compimento”.
“Conservate questa profezia
- dice ancora Costa -. Secondo me non arriviamo a giugno con lo Statuto
speciale. La soluzione finale è stata decisa già nell'estate del 2012, quando
la Sicilia ebbe l'ardire di chiedere semplicemente quello che le spettava. Per
due anni si è semplicemente galleggiato, sia perché altre emergenze scuotevano
l'Italia, sia perché bisognava ancora esaurire, poco a poco, tutte le residue
energie finanziarie della Regione, bisognava affamarla con mille attenzioni,
soprattutto con il contributo della Regione alla sostenibilità delle finanze
nazionali (più di un miliardo l'anno dato come colpi di maglio dal 2013 in
poi). E' stato Matteo Renzi, uno dei Presidenti del Consiglio dei Ministri in
assoluto più anti-siciliani della storia, a voler chiudere definitivamente i
conti. Lo scippo dei fondi nazionali, l'esclusione da ogni investimento nel
decreto sblocca-Italia, persino le provocazioni sulle Olimpiadi, dalle quali
sarebbe espressamente esclusa la Sicilia, danno un'idea del clima che si sta
creando”.
“Tra il 2015 e il 2016 -
conclude l’economista Massimo Costa - si dovrebbe consumare sotto i nostri
occhi un vero e proprio genocidio da lungo pianificato e con effetti devastanti
e definitivi. Della Sicilia resterà un cumulo di macerie. A meno che... non ci
si metta di mezzo la Vergine Odigitria, la ‘Bedda Matri’ protettrice della
Sicilia, e qualcuno non li ‘sgami’ prima o qualcosa in questo piano non
funzioni o qualcuno in Sicilia non cominci a scuotere il giogo e cominci a
identificare nemici e, soprattutto, traditori. Se questo non dovesse accadere
prepariamoci alla catastrofe: collasso dei servizi pubblici, centinaia di
migliaia di persone senza reddito, disordini e insicurezza, mancanza di qualsiasi
prospettiva per 3 o 4 decenni a venire. Grazie Renzi! Grazie al presidente
della Regione, Rosario Crocetta!  E soprattutto grazie, grazie, grazie di
cuore, a tutti i Siciliani, ‘sperti’, imprenditori, intellettuali,
politici rampanti o professori universitari, che in un modo o nell'altro
avranno contribuito a raggiungere questo prezioso risultato”.
Sarà così? Chissà cosa ne
penseranno gli americani. Chissà cosa penseranno Obama e compagni di una
Sicilia fatta a spezzatino dal Governo Renzi-Merkel…



SEMPRE PIÙ
PROBABILE LO SCIPPO DEI FONDI PAC AL SUD SI STAREBBE CERCANDO DI SALVARE SOLO
500 MLN PER LA SICILIA

GIULIO AMBROSETTI 16
DICEMBRE 2014

POLITICA – Oggi il
Senato potrebbe anche esaminare e votare il provvedimento che prevede il taglio, per le Regioni del
Mezzogiorno, di circa 3,5 miliardi di euro. Se ciò dovesse avvenire, sarebbe un esempio classico di come, fondi stanziati per il Mezzogiorno d'Italia dall'Unione europea, finirebbero nel Centro Nord Italia  

Brutte notizie per il Sud
e, in particolare, per la Sicilia. Stando a indiscrezioni il Senato non avrebbe alcuna intenzione di restituire alle Regioni del Mezzogiorno i 3,5 miliardi di euro del Pac, sigla che sta per Piano di azione e coesione. Per la cronaca, si tratta di fondi europei destinati al Meridione che il Governo Renzi, con l'avallo del Parlamento, vorrebbe dirottare, in buona parte, nelle Regioni del Centro Nord Italia. 

La Camere dei deputati –
con l'avallo di molti parlamentari nazionali eletti in Sicilia - ha già detto
sì allo scippo. Ora la parola passa al Senato, che potrebbe anche affrontare la questione oggi. Alcuni senatori siciliani hanno presentato un emendamento per evitare questo scippo e restituire i 3,5 miliardi di euro al Sud. Ma sembra che la maggioranza di palazzo Madama sia orientata ad avallare la scelta del Governo Renzi, che a Catania ha detto di voler rilanciare il Mezzogiorno, ma che, nei fatti, lo sta penalizzando. 

A quanto si sussurra,
sarebbe in corso un tentativo di salvare solo 500 milioni della Sicilia (100 in
meno, grosso modo, di quanto ne prevedeva la riprogrammazione di questi fondi
europei fatta dall'ex Ministro Fabrizio Barca). Ma, fino ad ora, mancherebbe la copertura finanziaria, perché nessuna delle Regioni del Centro Nord Italia vorrebbe mollare la quota di risorse che verrebbe scippata al Sud. 

Vedremo come finirà. 
Ricordiamo che questi 3,5 miliardi
di euro sarebbero dovuti servire per il risanamento dei Centri storici delle
città meridionali e, soprattutto, per la spesa sociale, visto che la legge nazionale n. 328 è stata ridotta - sempre dal Governo Renzi e sempre con l'avallo del Parlamento nazionale - di almeno due terzi. 

Il Governo Renzi, per scippare
questi soldi al Sud, ha preso la scusa che i Comuni siciliani non li hanno spesi. Tesi smentita dall'ANCI Sicilia, l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Questi 3,5 miliardi verrebbero utilizzati per finanziare sgravi contributivi alle imprese del Centro Nord Italia. 


































































































NON SI FARANNO PIÙ STRADE
ED AUTOSTRADE
Fondi Pac, scippo alla Sicilia  Stop
alle strade in costruzione

di Redazione
Un vero e
proprio scippo alla Sicilia.
 L’Ance
Sicilia giudica gravissimo il definanziamento, previsto nella Legge nazionale
di stabilità, dei fondi Pac (Piano di azione e coesione) che allo scorso 30
settembre non risultavano impegnati dalle Regioni.

In Sicilia,
fra le varie misure, la riprogrammazione del Pac,
 per quanto riguarda le nuove infrastrutture, prevedeva il
cofinanziamento di opere strategiche per lo sviluppo dell’Isola: il
collegamento viario Nord-Sud (399,2 milioni, di cui 25 di fondi Pac), alcuni
tratti della bretella di collegamento con l’aeroporto di Comiso (44,92 milioni,
di cui 30 di fondi Pac), lo scorrimento veloce Licodia Eubea- A/19 (113 milioni
di fondi Pac), interventi nel porto di Gela (49 milioni, di cui 30 di fondi
Pac) e interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico (79 milioni).


Si tratta di 277 milioni di euro in meno che bloccheranno la realizzazione di
queste opere, nonostante, secondo il documento del Pac, dopo il 30 settembre la
Regione abbia già impegnato una parte di queste somme.

Come se non
bastasse
, per mancanza di liquidità e a causa
dei vincoli del Patto di stabilità, per la Sicilia sarà assai difficile potere
disporre delle risorse residue del Pac e di quelle previste per il 2015 dei 9
miliardi della nuova programmazione 2014-2020 del Fondo di sviluppo e coesione.

Ciò significa
che la chiusura anticipata
 o il mancato avvio di questi
cantieri costringerà le imprese del settore a licenziare altre migliaia di
dipendenti, in aggiunta ai 100mila posti di lavoro già perduti.


“Colpisce
soprattutto – commenta Salvo Ferlito
, presidente
dell’Ance Sicilia – che il governo nazionale ci tolga i fondi per la
mitigazione del rischio idrogeologico, uno dei suoi cavalli di battaglia al
punto che nello ‘Sblocca Italia’ ha stanziato 4 miliardi di euro. Non si
comprende la logica e la coerenza di questa iniziativa, a meno che non si debba
pensare ad altro”.

“Infatti –
aggiunge Ferlito – se è vero che la politica
 e la
burocrazia regionali sono responsabili del tardato utilizzo di queste risorse,
da un esecutivo come quello nazionale, caratterizzatosi per gli annunci
sull’efficienza, ci si aspettano semmai interventi per sbloccare ed accelerare
l’impiego di questi fondi a favore dei territori cui erano destinati, piuttosto
che colpi di spugna per spostarli su misure forse utili alle promesse del
momento ma non certo alla Sicilia”.

“Non ci sono
parole – incalza Ferlito
 – di fronte alla scarsa
incidenza e alla sommessa reazione della deputazione siciliana a Roma che
dovrebbe essere tutta impegnata a frenare questa norma che andrebbe quasi
esclusivamente a vantaggio dell’economia del Nord Italia. Se a questo si
aggiunge – osserva il presidente dell’Ance Sicilia – la pressione di
determinate forze politiche per affossare in Parlamento qualsiasi provvedimento
a favore della Sicilia, sorge qualche dubbio sulla reale volontà e capacità
dell’attuale governo nazionale di aiutare il Sud e la Sicilia ad uscire dalla
crisi e dall’emarginazione economica e dal disastro sociale provocato da
centinaia di migliaia di licenziamenti”.

“Auspichiamo – conclude il presidente
dei costruttori siciliani
 – che nel confronto di
questi giorni il governatore Crocetta, l’assessore Baccei e il governo Renzi
trovino soluzioni alternative per scongiurare l’archiviazione di queste e di
tante altre opere pubbliche, messe in discussione dalle difficoltà finanziarie
di Stato e Regione e dall’incapacità della burocrazia di tradurre i
finanziamenti in cantieri”.



Strade, scuole, Piano giovani  Scippo
miliardario alla Sicilia
Venerdì 19 Dicembre 2014 - 06:00 di Accursio Sabella 
L'approvazione a Roma della Finanziaria del
governo Renzi renderà ufficiale la perdita di circa un miliardo di Fondi Pac
destinati alla Sicilia e non ancora spesi. Nel silenzio di molti parlamentari
siciliani. Crocetta invia solo adesso una lettera al premier. Dalle
infrastrutture al rischio idrogeologico: ecco a cosa sarebbero serviti quei
soldi.

PALERMO - Il sì alla
Finanziaria nazionale renderà ufficiale lo “scippo”. Oggi, la Sicilia perderà
più di un miliardo.
 Roma toglie
all'Isola, in un colpo solo, soldi per nuove strade, per interventi contro il
rischio idrogeologico, per i tirocini del Piano giovani, per la cassa
integrazione. Sono i cosiddetti Fondi Pac, quelli del Piano azione e coesione.
Utili a confinanziare progetti sostenuti dall'Europa. Che il governo Renzi s'è
ripreso perché la Sicilia non è stata in grado di spenderli. Verranno usati
come incentivi per le assunzioni nelle imprese. Che non stanno soprattutto al
Sud, come è noto.


Addio a un miliardo. Il governo a maggioranza
Pd-Nuovo Centrodestra
(partito che ha
l'aggravante di poter contare su un leader siciliano come Angelino Alfano), ha
deciso. Via circa 3,5 miliardi alle Regioni del Mezzogiorno e alla Valle
d'Aosta. Somme che verranno drenate con un criterio spietato: la decurtazione
sarà proporzionale alla percentuale di fondi non spesi. In una parola, le
Regioni maggiormente punite saranno quelle che non sono state in grado di
impegnare quelle somme entro il 30 settembre scorso. E la Sicilia, in questo
senso, è messa malissimo. Il totale dei Fondi Pac destinati all'Isola ammonta
infatti a quas due miliardi. Di questi, la Sicilia ha speso o impegnato circa
600 milioni. Si tratta, tra gli altri, dei soldi (circa 300 milioni) per i
corsi di Formazione dell'anno scorso e di due anni fa, i quasi 90 milioni messi
a bando dalla Crias (la Cassa regionale per l'artigianato) per l'attività
turistica, gli oltre 50 milioni per l'impiantistica sportiva e gli 111 milioni
per la strada a scorrimento veloce che collegherà il paese di Licodia Eubea con
l'autostrada Palermo-Catania.


Tutto il resto è virtualmente perso. E la “virtualità” dello scippo è legata solo alla
discrezionalità che la norma in Finanziaria assegna al governo centrale: sarà
l'esecutivo Renzi a decidere quanto prendersi di quel miliardo e quali voci
preferire. C'è l'imbarazzo della scelta. Perché i Fondi pronti a tornare a Roma
sarebbero serviti per interventi di ogni tipo. Per le disastrate infrastrutture
siciliane, ad esempio: 45 milioni per completare l'autostrada Siracusa-Gela, 25
milioni per l'ammodernamento della Santo Stefano Camastra-Gela, 30 milioni per
i collegamenti con l'aeroporto di Comiso, 58 milioni per sistemare le strade
provinciali e secondarie, 7 milioni per migliorare la sicurezza sulle arterie
stradali dell'Isola. C'è poi il capitolo legato al rischio idrogeologico, assai
“sentito” in Sicilia dopo le tragedie di Giampilieri, Scaletta Zanclea,
Sanfratello: torneranno a Roma oltre 100 milioni di euro. Addio anche ai 20
milioni per la bonifica dall'amianto.




Un disastro. Sottolineato, tra gli altri, dai
costruttori siciliani
. “Colpisce
soprattutto – commenta Salvo Ferlito, presidente dell’Ance Sicilia – che il
governo nazionale ci tolga i fondi per la mitigazione del rischio
idrogeologico, uno dei suoi cavalli di battaglia al punto che nello ‘Sblocca
Italia’ ha stanziato 4 miliardi di euro. Non si comprende la logica e la
coerenza di questa iniziativa, a meno che non si debba pensare ad altro”.




La perdita dei Fondi Pac si tradurrà anche
nella rinuncia a un pezzo di futuro per l'Isola:
 era previsto infatti uno stanziamento di circa
75 milioni di euro per implementare la Banda ultralarga nelle città siciliane,
addio anche a quella, insieme a circa 110 milioni destinati a scuole e asili
nido. La scelta del governo Renzi e della sua maggioranza, poi, finirà per
ricadere anche sulle spalle dei lavoratori. Saltano i fondi per il credito
d'imposta a dipendenti svantaggiati e imprese (40 milioni complessivi), e parte
delle somme destinate agli ammortizzatori in deroga, cioè soprattutto alla
Cassa integrazione, fondamentale per “ammorbidire”, appunto, gli effetti di una
crisi che ha portato alla chiusura di centinaia di aziende nell'Isola. E
ancora, tra gli altri capitoli seriamente a rischio, anche interventi che il
governo di Rosario Crocetta ha più volte sbandierato come strumenti
fondamentali per far ripartire l'occupazione in Sicilia: i 30 milioni per il
Patto dei sindaci e soprattutto le misure previste dal Piano giovani, a
cominciare da quelle legate ai contestatissimi tirocini del fallimentare click
day di luglio e agosto.




Tutto perduto. Nel silenzio della politica
siciliana.
 Che ha provato solo a
porre rimedio con delle “pezze”, ovvero degli emendamenti, presentati
all'ultimo momento e senza alcuna speranza di approvazione. “Non ci sono parole
– incalza il presidente dei costruttori siciliani - di fronte alla scarsa
incidenza e alla sommessa reazione della deputazione siciliana a Roma che
dovrebbe essere tutta impegnata a frenare questa norma che andrebbe quasi
esclusivamente a vantaggio dell’economia del Nord Italia”.




Da Crocetta, intanto, l'unica reazione è
quella rappresentata dall'annuncio di una lettera da inviare al premier Renzi e
al sottosegretario Delrio.
 “Una
lettera non basta, Crocetta vada a Roma a battere i pugni e porti a casa
risultati concreti", attacca il gruppo parlamentare del Movimento cinque
stelle, mentre Forza Italia annuncia il proprio no “alla Legge di stabilità,
per fermare il saccheggio delle risorse della nostra Isola e del Mezzogiorno
ordito dal governo Renzi. Un provvedimento discriminatorio e anti Sud, quello
voluto da Palazzo Chigi, che sta avendo il sostegno di un Parlamento
irresponsabile”. “La rappresentanza parlamentare siciliana a sostegno del
governo Renzi – sottolinea Sergio Lima, della segreteria regionale di Sel - è
numericamente una delle più cospicue tra le regioni italiane, eppure si è
mostrata incapace di difendere questa terra, preferendo piegarsi ad ordini di
scuderia. In questo ottimamente coadiuvata dal silenzio complice del
Governatore che solo a danno compiuto trova il tempo di scrivere timidamente
all'esecutivo”. Una letterina. Mentre il suo partito e tanti deputati siciliani
voteranno “sì” allo scippo. Il danno, ormai, è fatto.


Far
sparire dal bilancio interi settori:  è l’idea del tandem Crocetta-Baccei
Il governo regionale si appresta a preparare un documento contabile che non
prevede il finanziamento di capitoli di spesa garantiti dalla legislazione
vigente. Solo così si può colmare l’attuale buco di cassa di cinque miliardi di
euro. E all’Ars a questo punto scoppierebbe il caos…
di Paolo Patania
L’indiscrezione circola da ieri con
insistenza nei “Palazzi” della politica siciliana:
sembrerebbe che il governo regionale guidato da Rosario Crocetta si accinga a
preparare un Bilancio 2015 ignorando buona parte della
legislazione vigente, ovvero non finanziando interi settori della vita
pubblica, dai forestali ai precari e via continuando. Comparti la cui dotazione
finanziaria
 è
prevista da leggi. Potrebbe sembrare un’assurdità, perché per abolire una
legge, ci vuole un’altra legge. Solo che quello che sta succedendo in
queste ore autorizza a pensare tutto e il contrario di tutto. Ieri, per
esempio, era prevista l’audizione, in commissione Bilancio e Finanze,
dell’assessore-commissario all’Economia, Alessandro Baccei. In
effetti, Baccei, ieri mattina è arrivato. Ma è rimasto poco tempo. Poi è
sparito per “altri impegni istituzionali”. Ovviamente, ieri, l’assessore non ha
presentato il Bozzone, cioè il disegno di legge con Bilancio e Finanziaria
2015. Mancano poco più di dieci giorni alla fine dell’anno, insomma, e a Sala
d’Ercole non si è ancora materializzato lo schema di manovra economica e
finanziaria
 per
il prossimo anno. Senza il quale non è possibile procedere con l’esercizio
provvisorio. In oltre sessant’anni di storia dell’Autonomia siciliana una cosa
del genere non si era mai vista, come ha ricordato giorni fa lo stesso
presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone.
Detto in parole più semplici, il governo, a
dieci giorni dalla fine dell’anno, non sa ancora come abbozzare uno schema di
Bilancio. C’è il buco di cassa di circa 5 miliardi di euro. C’è il
buco di competenza di circa tre miliardi di euro che sarebbero diventati due
miliardi di euro. E c’è un assessore tecnico – il già citato Baccei – che
sembra ancora indeciso.
Quale potrebbe essere la verità? Forse a
far saltare definitivamente i conti regionali non sono stati i debiti della
Regione verso le proprie strutture sanitarie,
ma i prelievi effettuati da Roma negli ultimi due anni: 915 milioni di euro nel
2013 e un miliardo e 350 milioni di euro quest’anno (compresa la storia degli
80 euro al mese ai dipendenti con meno di 1.500 euro al mese: versamento
disposto dal governo Renzi, ma pagato dalle Regioni: scherzetto che qui in
Sicilia alle casse regionali è costato 200 milioni di euro). Questi prelievi –
che tecnicamente si chiamanoaccantonamenti – hanno fatto saltare i conti della
Regione. Tant’è vero che, oggi, intere categorie sociali della Sicilia, più o
meno riconducibili ai fondi regionali, sono rimaste senza soldi.
La situazione, negli ultimi due anni, è
notevolmente peggiorata, se è vero che tutti gli indicatori economici
dell’Isola indicano una crisi senza precedenti.
Tant’è vero che, ormai, si dà quasi per scontato anche il taglio delle
pensioni, in barba a un diritto che dovrebbe essere costituzionalmente
garantito. Non sfugge agli osservatori lo stesso colore politico del governo
nazionale e del governo regionale: al Pd fa capo Renzi e del Pd è il presidente
della Regione siciliana, Crocetta. Dunque, se Roma taglia i fondi regionali e il governo regionale non si oppone,
i nodi non possono che arrivare al pettine. E sono arrivati. Per tutti. Perché
ad essere senza soldi non è solo la Regione, ma anche i Comuni siciliani, le
Province (che non sono state abolite, ma solo private di presidenti e consigli
provinciali), le società regionali (si parla di chiusura di molte di queste
società) e tante altre categorie. Di fatto, una bancarotta
non dichiarata
.
In tutto questo, il governo Renzi ha
trovato normale scippare altri 500-600 milioni di euro
alla Sicilia
. Il riferimento è ai fondi Pac, sigla che sta per
Piano di azione e coesione. Risorse stanziate dall’Unione europea per il Sud
Italia (3,5 miliardi per le Regioni del Mezzogiorno, di cui 500-600 milioni,
come già accennato, per la nostra Isola). Con questi soldi i Comuni siciliani
avrebbero dovuto avviare il risanamento dei centri storici, sistemare gli
impianti sportivi e, soprattutto, finanziare la spesa sociale: anziani, minori
e infanzia. Invece il governo Renzi li ha tolti alle Regioni del Sud per
spalmarli su tutto il territorio nazionale come sgravi
contributivi per le imprese
. Ben sapendo che le imprese che
utilizzeranno questi sgravi saranno, in grandissima parte, quelle del Centro
Nord Italia. Insomma, un ennesimo scippo ai danni del Sud e della Sicilia.
Riassumendo: da una parte il governo Renzi
prende i soldi dal Bilancio regionale (trattenendoseli direttamente da Roma,
per lo più da Irpef e Iva); dall’altra parte toglie alla stessa Sicilia 500-600
milioni di euro di fondi Pac. E si
prepara a prelevare una somma oscillante tra un miliardo e un miliardo e
200 milioni di euro dal Bilancio regionale 2015 che ancora non c’è.
La confusione a questo punto è totale. Se
il governo Crocetta, la prossima settimana, dovesse presentare un Bilancio che
non preveda il finanziamento di interi capitoli previsti dalla
legislazione vigente
, all’Ars potrebbe scoppiare un
Quarantotto. Sempre per il principio che una legge che prevede uno stanziamento può essere abrogata con un’altra
legge, ma non può essere ignorata se non viene abolita. E in questo caso
saremmo davanti a una violazione di legge. La sensazione è che a Sala
d’Ercole
 l’attuale
quiete prepari una tempesta.


Il 2014 se ne
va: per la Sicilia un anno da dimenticare

A fondo tra Muos, tagli del Governo Renzi e trivelle

GIULIO
AMBROSETTI
 31
DICEMBRE 2014

POLITICA – Dodici mesi di amarezze. Con Roma che ha fatto
man basse delle finanze regionali, il presidente Crocetta che ha imposto
alla Regione di rinunciare agli effetti finanziari positivi di una
sentenza della Corte Costituzionale. Con il mare invaso dalle piattaforme, i
Comuni verso il dissesto e la Formazione professionale terremotata 

Ci vuole una buona dose di fantasia per rintracciare, tra le pieghe
di questo 2014 che sta per andare via, qualcosa di positivo nella vita politica
siciliana
. Purtroppo è stato un anno negativo, sotto tutti i
punti di vista. In parte ha influito il contesto economico internazionale e
nazionale. E, in parte, a peggiorare il resto hanno pensato i politici
dell'Isola, con in testa il governo della Regione.

Forse l'evento politico più
importante si è consumato la scorsa estate, quando il governatore Rosario Crocetta ha firmato, a Roma, un accordo con il
governo nazionale in base al quale la Regione rinuncia, per i prossimi
quattro anni, agli effetti positivi dei contenziosi finanziari con lo Stato
.
Questo accordo, che l'ex assessore regionale Franco Piro ha
definito «sciagurato»
, ha impedito l'applicazione di una
sentenza della Corte Costituzionale, sempre di quest'anno, che avrebbe
consentito alla Sicilia di territorializzare le imposte.

Grazie a questo pronunciamento
della Consulta, la Regione avrebbe introitato circa 10 miliardi di euro, assumendo,
contestualmente, le competenze amministrative e finanziarie che ancora oggi
lo Stato esercita in Sicilia: scuola, università, i 2,2 miliardi di
euro circa che Roma versa per la sanità e altre piccole cose. La
Regione ci avrebbe guadagnato un po' di quattrini e, in prospettiva, con
un'operazione finanziaria da giocare con queste nuove entrate, avrebbe potuto
azzerare il deficit. Invece se ne parlerà tra quattro anni.

Un altro elemento che ha
accompagnato tutto il 2014 è stata la crisi della Formazione professionale
siciliana
. In questo caso la responsabilità è del governo. I
fondi per pagare questo settore non sono regionali. Sono risorse delFondo sociale europeo (Fse) confluiti attraverso un magheggio amministrativo e finanziario nel Piano Giovani,
altro flop di dimensioni gigantesche
.

Non pagare gli arretrati ai circa
8mila lavoratori di questo settore - o pagarli solo in minima parte e solo
negli ultimi mesi dell'anno - è stata una scelta del governo regionale che, ad
inizio di quest'anno, ha incasinato gli uffici del dipartimento della
Formazione per ritardare le rendicontazioni. Non c'è niente di male ad
ammetterlo: il governo regionale ha sempre avuto come
obiettivo quello di sbarazzarsi di questo personale

L'anno che sta andando
via, con molta probabilità, verrà ricordato anche come l'anno del Muos di Niscemi. C'è stato il tentativo generoso di opporsi
al mega radar satellitare che i militari americani hanno piazzato nel
cuore della Sicilia. Ma un vasto schieramento di silenzio e di disinformazione
ha piegato il movimento No Muos. La sinistra italiana è ormai in
maggioranza filoamericana
. Piaccia o no, ma il Pd resta la
maggiore forza di centrosinistra del Paese. Un Pd che non si è opposto
alla militarizzazione della Sicilia. Pio La Torre al massimo si commemora, tenendo a
distanza il suo ricordo dal presente. Rifondazione comunista e Sel non muovono
le piazze. E nemmeno i grillini, benché contrari al Muos, hanno cambiato
il corso degli eventi. 

Il 2014 è stato anche l'anno della riforma - mancata - delle Province siciliane.
L'Ars ha abolito i presidenti e i consigli provinciali. E ha istituito in modo
improprio i Consorzi di Comuni e le città
metropolitane di Palermo, Catania e Messina
. Sala d'Ercole
avrebbe dovuto completare la riforma assegnando le competenze ai nuovi
soggetti. Ma è fallito tutto. Motivo: la mezza riforma approvata è un
disastro. 

L'articolo 15 dello Statuto
non parla di abolizione degli organismi intermedi tra Regione e Comuni:
parla di «Liberi Consorzi di Comuni». Ma i Consorzi di Comuni istituiti con la
legge lasciata a metà sono tutto, fuorché liberi di autodeterminarsi
.
Mentre le città metropolitane sono state solo un tentativo, non riuscito, di
far sparire oltre 50 Comuni per provare a risanare i buchi
di Bilancio dei Comuni di Palermo, Catania e Messina. Operazione
politica fallita su tutta la linea. 
Sta andando via anche l'anno
nero per i Comuni siciliani
. I dati ufficiali, in
evoluzione, parlano di una cinquantina di Comuni in gravi difficoltà
finanziarie, alcuni tra il dissesto e il pre-dissesto. In realtà, lo scenario è
più grave, perché molti Comuni, quest'anno, si sono indebitati per pagare il
personale precario. La situazione è in netto peggioramento, anche perché nel
progetto di bilancio regionale 2015 i trasferimenti della Regione ai Comuni
passano da 350 milioni di euro ai 150 milioni di euro
, con un
taglio di 200 milioni di euro. 

Quello che sta finendo passerà
alla storia come l'anno dei petrolieri che invadono il Canale di Sicilia. Sono arrivati grazie al solito governo
Renzi che ha ignorato le Regioni e i Comuni, contrari alla proliferazione di
piattaforme petrolifere nel Mediterraneo. 

Il 2014 verrà ricordato, poi, come
l'anno in cui il governo Renzi ha scippato alla Sicilia
un miliardo e 200 milioni di euro di fondi Pac,
 sigla che sta per Piano di azione e
coesione. Fondi europei e nazionali non spesi e riprogrammati dall'ex ministro Fabrizio Barca. Soldi che il governo
nazionale ha tolto al Sud (3,5 miliardi di euro per le Regioni del
Mezzogiorno ad Obiettivo convergenza) per regalare sgravi fiscali alle imprese,
in maggioranza del Centro Nord Italia. Si pensava che la Sicilia dovesse
perdere 600 milioni di euro. Ma domenica scorsa, il sottosegretario Delrio, in
un'intervista al Mattino di Napoli, ha quantificato lo scippo
ai danni della Sicilia in un miliardo e 200 milioni di euro. 

La Regione siciliana, insomma,
chiude l'anno con un buco di cassa di oltre 5 miliardi di euro e
un buco di
competenza di oltre 2 miliardi di euro. Deficit provocato, in larga parte, dai
soldi che Roma ha tolto alla Sicilia.

Ricorso per questione di legittimita'
costituzionale  depositato  in cancelleria il 28 agosto 2014 (della
Regione Siciliana).

Bilancio  e  contabilita'
pubblica   -   Misure 
urgenti   per   la competitivita' e la giustizia  sociale
-  Emendamento  alla
legge   delega  11
marzo  2014,  n.
23  ("Delega   al 
Governo   recante   disposizioni per  un
sistema  fiscale  piu'
equo,  trasparente  e   orientato alla crescita") 



- Previsione
che la futura revisione  del   sistema
fiscale  finalizzato  alla 
riduzione   della   pressione tributaria sui contribuenti,  ove
attuata  per  mezzo
di  decreti   delegati che
prevedano  nuovi  e
maggiori  oneri,  debba
trovare copertura in altri
decreti legislativi a loro compensazione e che a   tal fine le maggiori entrate  confluiscano
in  un  apposito
fondo   istituito nello stato di
previsione del Ministero
dell'economia  e   delle finanze  
-  Ricorso  della
Regione  Siciliana  
-
Denunciata   violazione
dell'autonomia finanziaria della Regione.
- Legge 23 giugno 2014, n. 89, art. 1, comma 11.
- Statuto della Regione Siciliana, artt. 36
(in  combinato  disposto   con l'art. 2 d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074),
14, 17, 37, 38 e 43.
Bilancio  e  contabilita'
pubblica   -   Misure 
urgenti   per   la   competitivita' e la  giustizia
sociale  -  Prevista
maggiorazione   dello 0,5% sul
tributo dell'11% previsto sui  fondi  pensione,
con   riserva allo Stato di quota
della maggiore imposta per 4 milioni di   euro, al fine di alimentare il Fondo per gli
interventi strutturali   di  politica
economica  -  Ricorso
della  Regione   Siciliana 
- Denunciata violazione dell'autonomia finanziaria della Regione.
- Decreto-legge 24 aprile 2014 n. 66, convertito, con  modificazioni,   dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, art. 4,
comma 6-ter.
- Statuto della Regione Siciliana, artt. 36
(in  combinato  disposto   con l'art. 2 d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074),
14, 17, 37, 38 e 43.
Bilancio  e  contabilita'  pubblica   
-   Misure   urgenti 
per   la   competitivita' e la giustizia sociale 
-
Prevista destinazione delle   maggiori
entrate  derivanti  dalla
lotta  all'evasione   fiscale   effettivamente incassate nel 2013 rispetto a
quelle    conseguite  nel   2012 a
copertura  degli  oneri
conseguenti  all'applicazione      del   decreto-legge
impugnato  -  Ricorso
della  Regione  Siciliana 
- Denunciata violazione dell'autonomia finanziaria della Regione.
- Decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni,   dalla legge   23 giugno 2014, n. 89, art. 7,
commi 1 e 1-bis.
- Statuto della Regione Siciliana, artt. 36, 14, 17, 37 e 38. Bilancio  e
contabilita'  pubblica   - 
Misure   urgenti   per 
la   competitivita' e la giustizia
sociale
- Previsione che  il  mancato   versamento da parte delle province e delle
citta' metropolitane del   contributo
alla  finanza  pubblica
posto  a  loro
carico   venga   direttamente recuperato dall'Agenzia
delle  Entrate  a
valere  sui versamenti per imposte sull'assicurazione
contro la responsabilita'   civile
derivante dalla circolazione dei veicoli a motore
-  Ricorso   della Regione
Siciliana  -  Denunciata
violazione  dell'autonomia   finanziaria regionale.
- Decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni,   dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, art. 47,
commi da 1 a 7.
- Statuto della Regione Siciliana, artt. 36, 14, 17, 37 e 38. Bilancio  e
contabilita'  pubblica   - 
Misure   urgenti   per 
la   competitivita' e la giustizia
sociale - Previsione che le  maggiori   entrate conseguite, per effetto delle  misure
nello  stesso  comma   indicate, sono destinate a copertura  finanziaria
delle  riduzioni   previste
dal  decreto-legge  impugnato
-  Ricorso  della
Regione   Siciliana 
-  Denunciata  violazione 
dell'autonomia   finanziaria   regionale e del principio di leale
collaborazione
- Violazione  del   principio di territorialita' delle imposte
spettanti  alla  Regione   Siciliana.
- Decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni,   dalla legge   23 giugno 2014, n. 89, art. 50,
comma 10.
- Statuto della Regione Siciliana, artt. 14, 17, 36, 37, 38 e 43.
(GU
n.45 del 29-10-2014 )
    Ricorso  della
Regione  Siciliana,  in
persona  del  Presidente pro-tempore,  rappresentato
e   difeso,   sia 
congiuntamente   che disgiuntamente,
giusta procura a margine  del  presente
atto,  dagli Avvocati Paolo
Chiapparrone e Marina Valli, elettivamente domiciliato presso la sede
dell'Ufficio della  Regione  Siciliana
in  Roma,  via Marghera n. 36, ed autorizzato a proporre
ricorso  con  deliberazione della Giunta Regionale 11
agosto 2014, n. 239,
    Contro il Presidente  del
Consiglio  dei  Ministri
pro-tempore, domiciliato per la carica Roma, Palazzo Chigi,  Piazza
Colonna,  370 presso gli Uffici
della Presidenza  del  Consiglio
dei  Ministri,  e difeso per legge dall'Avvocatura dello
Stato, per la dichiarazione di illegittimita' costituzionale delle seguenti
disposizioni:
A) Art. 1, comma 11, della legge 23 giugno 2014 , n. 89;                                                   B) Art. 4, comma 6-ter del d.l. 24
aprile 2014, n. 66;                                                       C)
Art. 7 commi 1 e 1-bis del decreto-legge 24
aprile  2014,n. 66;                                     D) Art. 46,
commi 1, 2 e 3 del decreto-legge 24 aprile
2014,n. 66;                                     E) Art. 47, commi da 1 a 7 del d.l. 24 aprile 2014, n. 66;                                                 F) Art. 50, comma 10, del D.L. 24
aprile 2014, n. 66.            
Tutte per: violazione dell'art. 36 dello Statuto in
relazione all'art. 2 delle relative norme di attuazione di  cui
al  d.P.R.  n.
1075/1965 nonche' degli artt. 37 e 38 Statuto;                    violazione   dell'art. 
43   statuto   e  
del    principio     costituzionale di leale colalborazione fra
Stato e Regione;                                                                                 e, per
connessione, degli articoli  14  e
17  dello  Statuto venendo  limitata,
la  competenza   legislativa 
regionale,   dalla contrazione  delle
entrate  finanziarie   conseguenti 
alle   norme impugnate.                                                         
Passando
alle singole disposizioni  impugnate  si
rileva  quanto segue.
A) Art. 1, comma 11, della legge 23 giugno 2014 , n. 89 (1) La
disposizione, nell'emendare la legge delega 11 marzo 2014,  n.23 (recante «Delega al Governo recante
disposizioni  per  un
sistema fiscale piu' equo, trasparente e orientato  alla
crescita»)  prevede che  la
futura  revisione  del
sistema  fiscale  finalizzato 
alla riduzione della pressione tributaria sui  contribuenti,
ove  attuata per mezzo di decreti
delegati che prevedano nuovi e
maggiori  oneri, debba  trovare
copertura  in  altri  decreti  legislativi 
a   loro compensazione. A tal fine
le  maggiori  entrate
confluiscono  in  un apposito fondo istituito nello  stato  di
previsione  del  Ministero dell'economia e delle finanze.
Tale  previsione  sembra
preludere   all'adozione   di 
decreti legislativi «a compensazione» della minor  pressione
tributaria  con conseguente  riduzione
delle  entrate   tributarie 
delle   regioni (compresa  la
Regione  siciliana)  attribuendo,
per  converso,   le maggiori entrate compensative  al  predetto  fondo
ministeriale.  La norma prevede,
in sostanza, che le iniziative legislative dirette  ad alleggerire la pressione  tributaria,
che  si  traducono
in  minori entrate  tributarie
spettanti  alla  Regione 
ricorrente,   trovino compensazione
in risorse  riservate  al
Ministero.  Tale  previsione viola gia' gia' da ora
l'articolo  36  dello
Statuto,  in  combinato disposto con l'art. 2 del d.P.R. n.
1074/1965 (norme di attuazione in materia finanziaria).                                                                                                        B)
- Art. 4, comma 6-ter del d.l. 24 aprile 2014, n. 66 (2)
La  disposizione  introduce
una  maggiorazione  dello
0,5%  sul tributo dell'11%
previsto sui fondi pensione, riservando
allo  Stato quota della maggiore
imposta per  4  milioni
di  euro,  al
fine  di alimentare il  Fondo
per  gli  interventi
strutturali  di  politica economica. Tale disposizione si  pone  in
contrasto  con  l'art.
36 Statuto e l'articolo 2 del d.P.R. n. 1074/1965  dal  momento  che  la
maggiore entrata non puo' essere oggetto di una generica riserva allo Stato
atteso che la destinazione al  Fondo  in
questione  si  palesa piuttosto come un accantonamento  indifferenziato  di
entrate  senza indicare alcuna
specifica e concreta destinazione.                                                                                 C) Art. 7 commi 1 e
1-bis del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66  Con detta disposizione vengono destinate a
copertura degli  oneri conseguenti
all'applicazione dello stesso decreto legge
n.  66/2014, le maggiori  entrate
derivanti  dalla  lotta
all'evasione  fiscale, effettivamente
incassate nel 2013 rispetto a
quelle  conseguite  nel 2012.                                                            
Senonche',
la Corte Costituzionale, con sentenza n. 241/2012,  ha riconosciuto, a proposito dell'impugnazione  dell'articolo
2,  comma 36, del d.l. n.
138/2011,  che  le
sanzioni  ed  il
recupero  delle imposte evase non
costituiscono una  «nuova»  entrata
(che  comunque puo' essere
riservata allo Stato soltanto a fronte di una ben precisa ed individuata
destinazione) ma un «recupero»  di  imposte
spettanti alla Regione.                                                         
Anche
tale disposizione viola pertanto l'art. 36 dello Statuto.     


D) Art. 46, commi 1, 2 e 3 del
decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66. Il comma 2 dell'art. 46 ridefinisce per le
regioni speciali e  le province autonome
l'obiettivo del  patto  di
stabilita'  a  modifica della disciplina dettata
dall'articolo 1, comma 454, della
legge  n. 228/2013.                                                      
Senonche' detto comma, che indica i
contributi  a  carico
delle autonomie speciali, da ridurre dal complesso delle  spese
finali  in termini di competenza
eurocompatibile risultante dal consuntivo 2011, e' stato oggetto  di
ricorso  alla  Corte
Costituzionale,  tutt'ora pendente.
                                                           
Il
comma 2 dell'art. 46  in  esame
aggiunge  ulteriori  oneri
a carico della Regione (elevando il
contributo  della  Sicilia
a  222 milioni per l'anno 2014 e
311 milioni per il  triennio  2015-2017)
e mette in crisi  il  raggiungimento  dell'equilibrio  finanziario
del bilancio regionale. Tale previsione legislativa viola l'art. 8,  ult. comma Cost., l'art. 119 nonche' gli articoli
36 e 43  dello  Statuto, risultando adottata, peraltro,  senza  alcuna
preventiva  intesa  in violazione del principio di leale collaborazione
fra Stato e Regione.                        
Il comma 3, dispone un ulteriore concorso  delle
autonomie  speciali alla finanza
pubblica onerando  la  Regione
Siciliana  di  ulteriori 194.628 per il 2014 e 132.701 per
il triennio 2015-2017.            In  proposito
ai  maggiori  oneri
imposti  alla  Regione
viene osservato che seppure le pubbliche amministrazioni debbano concorrere
all'equilibrio  finanziario  del
bilancio  dello   Stato 
ed   alla sostenibilita' del
debito pubblico, le stesse sono tenute
(art.  119 Cost.) anche a
garantire l'equilibrio dei propri bilanci
sicche'  il raccordo fra i due
obiettivi (statale e del singolo
ente)  non  puo' prescindere da un accordo con la Regione
Siciliana. Anche tale  comma incorre
nelle censure di legittimita' costituzionale evidenziate  per il precedente.                                                        
E) Art. 47, commi
da 1 a 7 del d.l. 24 aprile 2014, n. 66 (3)  L'art. 47 prevede  che
il  mancato  versamento
da  parte  delle province e citta' metro-politane del contributo
alla finanza pubblica posto a loro carico venga direttamente recuperato
dall'Agenzia  delle Entrate a valere sui
versamenti per imposte sull'assicurazione contro la responsabilita' civile
derivante dalla circolazione dei veicoli
a motore." Senonche' i proventi di tale imposta, in  Sicilia,
spettano alla Regione (cfr. Sent. Corte Cost. n. 97/2013) e non
alle  province e la  trattenuta
sanzionatoria  finisce  col
gravare  sul  bilancio regionale. Anche in tal caso si
ravvisa una violazione  dell'articolo 36  dello
statuto  e  dell'articolo
2  delle  relative 
norme   di attuazione.                                                    
 Analoga  questione
e'  stata  sollevata
nel  giudizio  pendente innanzi alla Corte avverso
l'articolo 10 del d.l. 6  marzo  2014,
n. 16, convertito, con legge 2 maggio 2014, n. 68, per violazione  della stessa norma statutaria.                                            
F)
Art. 50, comma 10, del D.L. 24 aprile 2014, n. 66 (4)  Detto
comma  prevede  la
destinazione  delle  maggiori
entrate conseguite, per effetto delle misure nello stesso comma  indicate,
a copertura finanziaria delle riduzioni previste dal  medesimo
decreto legge. Senonche' fra
le  maggiori  entrate
attese  dallo  Stato
ne figurano  alcune  (IVA)
di  spettanza  della 
Regione,   ai   sensi dell'articolo 36 dello Statuto, atteso
che il comma 11  dell'articolo 50 prevede
che «il Ministero dell'Economia e delle
finanze  effettua il  monitoraggio
sulle  maggiori  entrate
per  imposta  sul
valore aggiunto derivanti dalle misure previste dal titolo III del presente decreto».                                                          
 In proposito  si  osserva
che  le  maggiori
entrate  tributarie attese,  di
cui  all'art.  3  del  d.l.
n.  66/2014,  riscosse
nel territorio della Regione competono alla stessa ai sensi
dell'art.  36 Statuto, anche se
relative  alla  tassazione
di  redditi  di
natura finanziaria.
L'innalzamento  della  quota
dal  20  al
26%   seppur qualificabile come
entrata nuova difetta comunque del requisito della specificita'  non
sostituibile  da  una
generica   destinazione   a «copertura finanziaria».                                              
Per
quanto esposto, le norme  impugnate  risultano
lesive  della competenza  regionale
in  materia  finanziaria
traducendosi  in  un assestamento della finanza dello Stato
mediante contributi  derivanti dal taglio
di risorse regionali o attribuzione allo Stato di aliquote di tassazione
aggiuntiva di imposte di  spettanza  regionale
e  che, anche  a
ritenersi  imposte  nuove,  non
soddisfano  il   requisito richiesto della loro destinazione
alla copertura di oneri  diretti  a perseguire «particolari finalita' contingenti  o
continuative  dello Stato
specificate» cfr. art. 2 del d.P.R. n. 1074/1965 e Corte  Cost. sentenza n. 241 del 2012).                                          
Il
principio dell'equilibrio finanziario del bilancio dello Stato non puo' essere
raggiunto  mediante  l'imposizione
alla  Regione  di oneri
di  importo   determinato 
d'imperio   e   senza 
preventiva consultazione o con la sottrazione di  maggiori
entrate  di  imposte alla stessa spettante. Infatti, se
anche le regioni devono assicurare a loro volta l'equilibrio dei propri  bilanci
(Art.  119  Cost.)
lo Stato  non  puo'
procedere  nella  prassi
legislativa  di   imporre unilateralmente tagli alle
risorse  delle  autonomie
speciali  senza alcun  accordo
con  le   stesse, 
in   violazione   del 
principio costituzionale di leale
collaborazione  e  degli
articoli  6  e  43 Statuto
Sic. (ritenendosi la rimessione alla
commissione  paritetica delle  norme
di  attuazione  dello
Statuto  espressione  di 
detto principio generale di leale collaborazione).                             
Ne' va sottaciuto
che la compressione dell'autonomia
finanziaria della Regione e la riduzione in  favore
dello  Stato  delle
entrate tributarie alla stessa attribuite oltre a costituire  violazione
del principio di territorialita' delle
imposte  spettanti  alla
Sicilia (confermato  dalla  recente
sentenza  n.   207/2014) 
ne   comprime l'autonomia
legislativa nelle materie indicate dagli articoli 14 e 17 dello Statuto, norme
rispetto  alle  quali
l'autonomia  finanziaria, garantita
dall'art. 36 St., e' necessario e logico corollario.

(1) Il comma 11 dispone: «All'articolo 16 della legge 11 marzo  2014, n. 23, il comma 1 e' sostituito dai
seguenti: "1. Dall'attuazione della delega di cui all'articolo 1 non
devono  derivare  nuovi
o     maggiori oneri a carico
della finanza pubblica,  ne'  un
aumento  della pressione
fiscale complessiva a carico dei contribuenti. 
In     considerazione  della
complessita'  della  materia
trattata   e     dell'impossibilita'  di
procedere  alla   determinazione   degli     eventuali effetti finanziari,  per
ciascuno  schema  di
decreto     legislativo la
relazione tecnica di cui all'articolo 1, comma
6, evidenzia i suoi effetti
sui saldi di finanza  pubblica.  Qualora     uno o piu' decreti legislativi determinino
nuvi o maggiori oneri,     che non
trovino compensazione nel proprio ambito, si provvede  ai     sensi dell'articolo 17, comma 2, della  legge
n.  196  del
2009     ovvero mediante
compensazione con le risorse
finanziarie  recate     dai decreti legislativi adottati ai sensi
della  presente  legge,     presentati prima o contestualmente  a
quelli  che  comportano
i     nuovi  o
maggiori  oneri.  
A
tal  fine  le 
maggiori   entrate     confluiscono in  un
apposito  fondo  istituito
nello  stato  di     previsione del Ministero dell'economia e
delle finanze".».           

(2)
Detto comma 6-ter prevede: «Per l'anno 2014
l'aliquota  prevista    dall'articolo 17, comma 1, del  decreto
legislativo  5  dicembre     2005, n. 252, e' elevata all'11,50 per  cento.
Una  quota  delle     maggiori entrate di cui al presente comma,
pari a  4
milioni  di euro
per  l'anno  2015,
confluisce  nel  Fondo
per  interventi     strutturali di politica economica di cui
all'articolo  10,  comma     5, del decreto-legge 29 novembre 2004,
n.  282,
convertito,  con     modificazioni, dalla legge 27 dicembre
2004, n. 307.».  

(3) L'art.
47, commi 1-7, cosi' dispone: 


1. Le province e
le  citta'    metropolitane, a valere sui risparmi
connessi alle misure di  cui   al comma 2 e dell'articolo 19, nonche'  in
considerazione  delle     misure recate dalla legge  7
aprile  2014,  n.
56,  nelle  more   dell'emanazione del decreto del Presidente
del Consiglio  di  cui     al comma 92 dell'articolo 1 della medesima
legge 7  aprile  2014,  
n. 56, assicurano un contributo
alla  finanza  pubblica
pari  a     444,5 milioni di euro per l'anno 2014 e
pari a 576,7  milioni  di     euro per l'anno 2015 e 585,7 milioni di
euro per  ciascuno  degli     anni 2016 e 2017. - 


2. Per  le
finalita'  di  cui
al  comma  1,     ciascuna provincia e citta' metropolitana
consegue i risparmi  da     versare ad apposito capitolo di entrata del
bilancio dello  Stato    determinati con decreto  del
Ministro  dell'interno  da
emanare     entro il termine
del  30
giugno,  per  l'anno
2014,  e  del  28
    febbraio  per
gli  anni  successivi,
sulla  base  dei
seguenti criteri:  


a)
per  quanto  attiene 
agli   interventi   di 
cui     all'articolo 8, relativi
alla riduzione della spesa  per  beni  e
    servizi la riduzione e' operata nella
misura complessiva  di  340   milioni di euro per il 2014 e di 510
milioni di euro per ciascuno     degli
anni dal 2015 al 2017, proporzionalmente alla spesa  media,     sostenuta nell'ultimo triennio, relativa ai
codici SIOPE indicati     nella tabella A
allegata al presente decreto; (91) (93) - 


b)
per     quanto attiene agli
interventi di cui all'articolo  15,  relativi     alla riduzione della spesa per  autovetture
di  0,7  milioni
di     euro, per l'anno 2014, e di
un milione di euro per ciascuno degli     anni dal 2015 al 2017, la riduzione e'
operata in proporzione  al   numero
di   autovetture   di 
ciascuna   provincia   e 
citta'     metropolitana
comunicato annualmente  al  Ministero
dell'interno     dal Dipartimento
della Funzione Pubblica; 


c) per
quanto  attiene     agli interventi, di cui all'articolo 14,
relativi alla  riduzione     della spesa per incarichi di consulenza,
studio e ricerca e per i     contratti di
collaborazione coordinata  e  continuativa,
di  3,8     milioni di euro per l'anno 2014 e di  5,7
milioni  di  euro
per     ciascuno degli anni dal
2015 al 2017, la riduzione e' operata  in
    proporzione alla spesa comunicata al
Ministero  dell'interno  dal     Dipartimento della Funzione  Pubblica.
-  


3.  Gli
importi  e  i     criteri di cui al comma 2 possono essere
modificati per  ciascuna   provincia e
citta'  metropolitana,  a
invarianza  di  riduzione     complessiva, dalla Conferenza
Stato-citta'  ed  autonomie
locali     entro il 30 giugno, per
l'anno 2014 ed entro il 31  gennaio,  per     gli
anni  successivi,  sulla
base   dell'istruttoria   condotta   dall'ANCI e dall'UPI e  recepiti
con  il  decreto
del  Ministro     dell'interno di cui al  comma
2;  con  riferimento
alle  misure     connesse all'articolo 8,  le
predette  modifiche  possono
tener   conto dei tempi medi di
pagamento dei debiti e del  ricorso  agli     acquisti centralizzati di ciascun ente.
Decorso tale  termine  la     riduzione opera in base agli importi di cui
al comma 2. (92) - 


4.     In caso di
mancato versamento del contributo di cui ai commi 2  e   3, entro il mese di luglio, sulla base
dei  dati
comunicati  dal     Ministero dell'interno, l'Agenzia
delle  Entrate,  attraverso
la     struttura di gestione  di
cui  all'articolo  22,
comma  3,  del     decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241,
provvede  al  recupero     delle predette somme nei confronti delle
province e delle  citta'     metropolitane interessate, a valere
sui  versamenti  dell'imposta     sulle assicurazioni contro la  responsabilita'  civile
derivante     dalla circolazione
dei veicoli a motore, esclusi  i  ciclomotori,     di cui all'articolo 60 del decreto
legislativo 15 dicembre  1997,     n. 446, riscossa tramite modello F24,
all'atto  del  riversamento     del relativo gettito alle province
medesime. - 


5. Le  province  e le citta' metropolitane  possono
rimodulare  o  adottare
misure   alternative di
contenimento della  spesa  corrente,
al  fine  di     conseguire risparmi comunque non  inferiori
a  quelli  derivanti   dall'applicazione del comma 2. 
6. Il
decreto del Presidente del     Consiglio
dei Ministri di cui al comma 92 dell'articolo
1  della     legge 7 aprile 2014, n. 56, a  seguito
del  trasferimento  delle     risorse finanziarie, umane, strumentali e
organizzative  connesse   all'esercizio delle funzioni che  devono
essere  trasferite,  ai     sensi dei commi da 85 a  97
dello  stesso  articolo
1,  tra  le   Province, le citta' metropolitane e gli
altri  Enti  territoriali interessati, stabilisce altresi' le
modalita' di  recupero  delle     somme di cui ai commi precedenti. 
7.
L'organo di  controllo  di     regolarita' amministrativa e contabile
verifica che le misure  di cui ai commi 2 e 5 siano adottate, dandone
atto  nella  relazione di cui al comma 166 dell'articolo 1 della
legge 23 dicembre 2005, n. 266.                                                             
(4) L'art. 5, comma 10, cosi' dispone:  Agli
oneri  derivanti  dagli     articoli 1, 2, 4, comma 11, 5, comma 9,
16,  commi  6
e  7,  27,     comma 1, 31, 32, 35, 36, 45, 48, comma  1,
e  dal  comma
6  del     presente articolo, ad esclusione degli
oneri cui si  provvede  ai     sensi del comma 9 del presente articolo
pari a 6.563,2 milioni di     euro per
l'anno 2014, a 6.184,7 milioni di euro per l'anno  2015,     a 7.062.8 milioni di euro per l'anno
2016,  a
6.214  milioni  di     euro per l'anno 2017 e a 4.069 a
decorrere  dall'anno  2018,
che     aumentano a 7.600,839
milioni di euro per l'anno 2014, a
6.229,8     milioni di euro per
l'anno 2015, a  6.236  milioni
di  euro  per  
l'anno 2017 e a 4.138,7 milioni di
euro  a  decorrere
dall'anno    2018 ai fini della
compensazione  degli  effetti
in  termini  di     fabbisogno ed indebitamento netto, si
provvede mediante  utilizzo delle
maggiori  entrate  e
dalle  minori  spese
derivanti  dal    presente provvedimento.
P. Q. M.
Per quanto  rappresentato   si 
confida   che   codesta 
Corte Costituzionale,  in  accoglimento
del   presente   ricorso, 
voglia dichiarare l'illegittimita' delle seguenti disposizioni:
        A) Art. 1, comma 11, della
legge 23 giugno 2014 , n. 89;
        B) Art. 4, comma 6-ter del d.l. 24 aprile
2014, n. 66;
        C) Art. 7 commi 1 e 1-bis del
decreto-legge 24  aprile  2014, n. 66;
        D) Art. 46, commi 1, 2 e 3
del decreto-legge 24 aprile  2014,n. 66;
        E) Art. 47, commi da 1 a 7
del d.l. 24 aprile 2014, n. 66;
        F) Art. 50, comma 10, del
D.L. 24 aprile 2014, n. 66.
    Tutte per:
violazione dell'art. 36 dello Statuto in relazione all'art. 2 delle
relative norme di attuazione di  cui  al
d.P.R.  n.  1075/1965 nonche' degli artt. 37 e 38
Statuto;
violazione   dell'art.   43 
Statuto   e    del  
principio costituzionale di leale collaborazione fra Stato e Regione;
e, per connessione, degli articoli
14  e  17
dello  Statuto venendo  limitata,
la  competenza   legislativa 
regionale,   dalla contrazione  delle
entrate  finanziarie   conseguenti 
alle   norme impugnate;
violazione dell'art. 119 Cost. in relazione all'art. 81.


Scippo al Sud – Indagine minuziosa su tutti i fondi
rubati al Sud e portati al Nord dell’Espresso
29 ottobre 2010

Decine di
miliardi destinati al Mezzogiorno usati per altri scopi. Dai trasporti sul lago
di Garda ai debiti del Campidoglio. E persino per coprire il deficit causato
dall’addio all’Ici


Un tesoro da oltre 50
miliardi di euro disponibile solo negli ultimi due anni. Che poteva servire per
terminare eterne incompiute come l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e che
invece è andato a finanziare i trasporti del lago di Garda e i disavanzi delle
Ferrovie dello Stato. Una montagna di denaro che avrebbe dovuto rilanciare
l’economia del Sud e che è stata utilizzata per risanare gli sperperi e i buchi
di bilancio dei comuni di Roma e Catania e per la copertura finanziaria
dell’abolizione dell’Ici.
Un fiume di denaro
destinato a colmare i ritardi delle zone sottoutilizzate del Paese e che è
stato impiegato invece dal governo per pagare le multe delle quote latte degli
allevatori settentrionali cari ai leghisti e la privatizzazione della compagnia
di navigazione Tirrenia. Sono alcuni brandelli di una storia incredibile, il
grande scippo consumato ai danni delle regioni meridionali. La storia delle
scorribande sul Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate, manomesso e spremuto
negli ultimi anni dal governo Berlusconi per finanziare misure economiche e
opere pubbliche che niente hanno a che fare con i suoi obiettivi istituzionali.
Un andazzo che, nonostante qualche isolata protesta, è andato sinora avanti indisturbato.
Fino alla soglia della provocazione. Come per gli sconti di benzina e gasolio
concessi agli automobilisti di Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino
Alto Adige, denunciati dal deputato Pd Ludovico Vico.
La Corte dei conti ha
provato a stoppare lo sperpero lamentandosi apertamente per l’utilizzo dei
soldi del Fas che hanno finito per assumere”l’impropria funzione di fondi di
riserva diventando uno dei principali strumenti di copertura degli oneri
finanziari” connessi alla politica corrente del governo. Ma con scarsi
risultati: qualche riga sui giornali, poi il silenzio. Anche Vasco Errani,
presidente della Conferenza delle Regioni, ha chiesto al governo di “smetterla
di utilizzare i Fas come un Bancomat”. Così come Dario Franceschini al tempo in
cui era segretario del Pd: “Ogni volta che è stato necessario finanziare
qualcosa, dall’emergenza terremoto alle multe per le quote latte”, ha
affermato, “si è fatto ricorso al Fas togliendogli risorse”. Quante per
l’esattezza? Cifre precise non ce ne sono. Interpellata, persino la presidenza
del Consiglio getta la spugna dichiarandosi incapace di fornire un rendiconto
dettagliato delle spese fatte con i fondi Fas. Secondo una stima de
‘L’espresso’ però i soldi impropriamente sottratti al Sud solo negli ultimi due
anni sono circa 37 miliardi. Una cifra ragguardevole confermata dal senatore
democratico Giovanni Legnini: “Siamo di fronte ad una dissipazione vergognosa
che certifica come il Pdl stia tradendo il Sud”. Giudizio condiviso persino da
Giovanni Pistorio, senatore siciliano dell’Mpa, il Movimento politico per le
autonomie, parte organica della maggioranza di centrodestra: “Gli impegni verso
il Mezzogiorno erano al quinto punto del programma elettorale del Pdl, il
governo li ha completamente disattesi”.
Quante promesse
E già, chi non ricorda le
sparate a favore del Meridione con le quali il Cavaliere giurava che stava
“lavorando con tutti i ministri per mettere a punto un piano innovativo per il
Sud, la cui modernizzazione e il cui sviluppo ci stanno da sempre a cuore”? O
quelle del sottosegretario Gianfranco Micciché che, sebbene da quasi dieci anni
come viceministro o sottosegretario gestisca i fondi per il Meridione, più
volte ha minacciato la fondazione di un partito del Sud se Berlusconi non avesse
“sbloccato i fondi Fas e reso i parlamentari meridionali protagonisti della
elaborazione delle strategie”? Parole al vento.
La storia del Fas e dei
suoi maneggiamenti comincia nel 2003 con il secondo governo Berlusconi quando
tutte le risorse destinate alle aree sottoutilizzate vengono concentrate e
messe sotto il cappello del ministero per lo Sviluppo economico. Il compito di
ripartire le risorse viene invece affidato al Cipe con il vincolo di destinarne
l’85 per cento al Sud e il 15 al Centro e al Nord. Intenti lodevoli, ma si
parte subito con il piede sbagliato. Nel solco della peggiore tradizione della
Cassa per il Mezzogiorno, i fondi finiscono per essere in gran parte utilizzati
per quella politica delle mance tanto cara ai ras locali di tutti i partiti e
alle loro fameliche clientele. Il 2003 è un anno destinato a rimanere negli
annali degli sperperi. A colpi di milioni di euro si realizzano fondamentali
infrastrutture come il museo del cervo a Castelnuovo Volturno e quello dei
Misteri a Campobasso; il visitor center a Scapoli; si valorizza la palazzina
Liberty di Venafro; si implementa il sito Web della Regione Molise; si
restaurano conventi, chiese e cappelle a decine come a Montelongo,
Castropignano e Gambatesa; si acquistano teatri come a Guglionesi; si consolida
il santuario di Montenero di Bisacce. Per carità, si fanno pure le reti
fognarie nei paesi e strade interpoderali sempre utili alle popolazioni; si
recuperano siti turistici e pure aree naturalistiche, ma a fare epoca sono
sicuramente il fiume di regalie come quelle legate al recupero e la
valorizzazione della collezione Brunetti e agli studi sulle valenze
naturalistiche dell’aerea di Oratino, al museo ornitologico di Montorio dei
Frentani, per non parlare della realizzazione dell’enoteca regionale del
Molise.
Progetti inutil
Insomma, una insaziabile
vocazione a spendere. Che continua a prosciugare il Fas anche negli anni
successivi, pure quando a Palazzo Chigi torna Prodi. Tra il 2006 e 2007,
accanto a tanti impeccabili interventi per il Sud, come il finanziamento ai
programmi per l’autoimprenditorialità e autoimpiego gestiti da Sviluppo Italia
(90 milioni) o agli interventi per il risanamento delle zone di Sarno e Priolo,
appaiono una miriade di contributi a progetti che con il Sud hanno poco a che
vedere: 180 milioni vanno per esempio al progetto ‘Valle del Po'; 268 al
ministero dell’Università per i distretti tecnologici; 119 al ministero per le
Riforme per l’attuazione di programmi nazionali in materia di società
dell’informazione; altri 36 milioni al ministero dell’Ambiente per finanziare
tra l’altro il ‘Progetto cartografico’. E non è finita: un milione finisce al
ministero per le Politiche giovanili e le attività sportive per vaghe attività
di assistenza; un altro milione al Consorzio nazionale per la valorizzazione
delle risorse e dei prodotti forestali con sede in Frontone nella
meridionalissima provincia di Pesaro e Urbino; 4 milioni al completamento dei
lavori di ristrutturazione di Villa Raffo a Palermo, sede per le attività di alta
formazione europea; 2 milioni alla regione Campania per la realizzazione del
museo archeologico nel complesso della Reggia di Quisisana; 20 milioni al Cnipa
per l’iniziativa telematica ‘competenza in cambio di esperienza: i giovani
sanno navigare, gli anziani sanno dove andare'; quasi 4 al ministero degli
Esteri per il sostegno delle ‘relazioni dei territori regionali con la Cina’.
Sarebbe già abbastanza per
gridare allo scandalo. Ma non è finita: da conteggiare ci sono pure i
trasferimenti di risorse Fas ai vari ministeri e che si sono tradotti tra
l’altro in uscite di 25 milioni a favore della presidenza del Consiglio per
coprire le spese della rilevazione informatizzata delle elezioni 2006; 12 per
finanziare le attività di ricerca e formazione degli Istituti di studi storici
e filosofici di Napoli; 5 milioni al comando dei carabinieri per la tutela
ambientale Regione siciliana per interventi di bonifica; 52 per coprire i
crediti di imposta di chi utilizza agevolazioni per investimenti in campagne pubblicitarie
locali; 106 milioni per l’acquisto di un sistema di telecomunicazione in
standard Tetra per le forze di polizia. E vai a capire perché.



Cavaliere all’attacco
Insomma, un autentico
pozzo senza fondo al quale si attinge per le esigenze più disparate rendendo
vane le richieste di un disegno organico per il rilancio dell’economia
meridionale. Sarà anche per questo che tra il 2007 e il 2008 arriva una mezza
rivoluzione per il Fas. L’intento sembra quello di fare ordine e voltare
pagina, in concreto si gettano le premesse per l’ultimo grande scippo.
Cominciamo dai soldi. Il governo Prodi riprogramma le risorse per il Meridione
e con la Finanziaria 2007 stanzia a carico del Fas 64 miliardi 379 milioni, un
autentico tesoro. Con tanti soldi a disposizione e l’esperienza negativa dei
decenni di intervento straordinario a favore del Mezzogiorno, sembra l’inizio
di una nuova era: il Sud deve solo pensare a spendere con raziocinio. Invece
all’inizio del 2008 esce di scena Prodi e rientra in gioco Berlusconi. Che, per
coprire le spese dei pochi interventi di politica economica che riesce a
varare, ricomincia a saccheggiare proprio il Fas, una delle poche voci di
bilancio davvero carica di soldi. Non è un caso perciò se a fine 2008 il Fondo
si vede sottrarre altri 12 miliardi 963 milioni per finanziare una serie di
provvedimenti tra cui quelli che foraggiano le aziende viticole siciliane
carissime al sottosegretario Micciché (150 milioni); l’acquisto di velivoli
antincendio (altri 150); la viabilità di Sicilia e Calabria (1 miliardo) e la
proroga della rottamazione dei frigoriferi (935 milioni); l’emergenza rifiuti
in Campania (450); i disavanzi dei comuni di Roma (500) e Catania (140); la
copertura degli oneri del servizio sanitario (1 miliardo 309 milioni); le agevolazioni
per i terremotati di Umbria e Marche (55 milioni) e perfino la copertura degli
oneri per l’assunzione dei ricercatori universitari (63).
Tagli dolorosi
E siamo solo all’assaggio.
Un altro taglio da un miliardo e mezzo arriva per una serie di spese tra cui
quelle per il G8 in Sardegna (100 milioni) marchiato dagli scandali; per
l’alluvione in Piemonte e Valle d’Aosta (50 milioni); la copertura degli oneri
del decreto anticrisi 2008 e gli accantonamenti della legge finanziaria; gli
interventi per la banda larga e per il finanziamento dell’abolizione dell’Ici
(50 milioni).
Il secondo elemento della
‘rivoluzione’ del 2008 è costituito dalla trovata di Berlusconi e Tremonti di
riprogrammare e concentrare le risorse del Fas (ridotto nel frattempo a 52 miliardi
400 milioni) su obiettivi considerati “prioritari per il rilancio dell’economia
nazionale”. Come? Anzitutto, attraverso la suddivisione dei soldi tra
amministrazioni centrali (25 miliardi 409 milioni) e Regioni (27 miliardi). Poi
con la costituzione di tre fondi settoriali: uno per l’occupazione e la
formazione; un altro a sostegno dell’economia reale istituito presso la
presidenza del Consiglio; un terzo denominato Infrastrutture e che dovrebbe
curare il potenziamento della rete infrastrutturale a livello nazionale,
comprese le reti di telecomunicazioni e energetiche, la messa in sicurezza
delle scuole, le infrastrutture museali, archeologiche e carcerarie.
Denominazioni pompose ma che in realtà nascondono un unico disegno: dare il via
al saccheggio finale.
Al Fondo per l’occupazione
e la formazione vengono per esempio assegnati 4 miliardi che trovano i primi
impieghi per finanziare la cassa integrazione e i programmi di formazione per i
lavoratori destinatari di ammortizzatori sociali. Quanto al fondo per il
sostegno all’economia reale finanziato con 9 miliardi va a coprire le uscite
per il termovalorizzatore di Acerra (355 milioni); gli altri sperperi per il G8
alla Maddalena (50), mentre 80 milioni se ne vanno ancora per la rete Tetra
delle forze di polizia in Sardegna; un miliardo per il finanziamento del fondo
di garanzia per le piccole e medie imprese; 400 milioni per incrementare il
fondo ‘conti dormienti’ destinato all’indennizzo dei risparmiatori vittime
delle frodi finanziarie; circa 4 miliardi per il terremoto in Abruzzo; 150
milioni per gli interventi dell’Istituto di sviluppo agroalimentare
amministrato dal leghista Nicola Cecconato; 50 milioni per gli interventi nelle
zone franche urbane; 100 per interventi di risanamento ambientale; 220 di
contributo alla fondazione siciliana Rimed per la ricerca biotecnologica e
biomedica.



Senza fondo
Ma la vera sagra della
dissipazione si consuma all’interno del fondo Infrastrutture (12 miliardi 356
milioni di dotazione iniziale) dove il Sud vede poco o niente. Le sue dotazioni
se ne vanno per mille rivoli a coprire i più svariati provvedimenti
governativi: 900 milioni per l’adeguamento dei prezzi del materiale da
costruzione (cemento e ferro) necessario per riequilibrare i rapporti
contrattuali tra stazioni appaltanti e imprese esecutrici dopo i pesanti
aumenti dei costi; 390 per la privatizzazione della società Tirrenia; 960 per
finanziare gli investimenti del gruppo Ferrovie dello Stato; un altro miliardo
440 milioni per i contratti di servizio di Trenitalia; 15 milioni per gli
interventi in favore delle fiere di Bari, Verona, Foggia, Padova.

Ancora: 330 milioni vanno a garantire la media-lunga percorrenza di Trenitalia;
200 l’edilizia carceraria (penitenziari in Emilia Romagna, Veneto e Liguria) e
per mettere in sicurezza quella scolastica; 12 milioni al trasporto nei laghi
Maggiore, Garda e Como. Pesano poi sul fondo Infrastrutture l’alta velocità
Milano-Verona e Milano-Genova; la metro di Bologna; il tunnel del Frejus e la
Pedemontana Lecco-Bergamo. E poi le opere dell’Expo 2015 che comprendono il
prolungamento di due linee della metropolitana milanese per 451 milioni; i 58
milioni della linea C di quella di Roma; i 50 per la laguna di Venezia;
l’adeguamento degli edifici dei carabinieri di Parma (5); quello dei sistemi
metropolitani di Parma, Brescia, Bologna e Torino (110); la metrotranvia di
Bologna (54 milioni); 408 milioni per la ricostruzione all’Aquila; un miliardo
300 milioni a favore della società Stretto di Messina. E non per le spese di
costruzione della grande opera più discussa degli ultimi 20 anni, ma solo per
consentire alla società di cominciare a funzionare.


A CURA DEL COMITATO
CITTADINO ISOLA PULITA DI ISOLA DELLE FEMMINE





Sentenza
 207/2014
Giudizio
GIUDIZIO
DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE IN VIA PRINCIPALE
Presidente CASSESE -
Redattore CORAGGIO
Udienza
Pubblica del 24/06/2014  
Decisione  del 09/07/2014
Deposito del 16/07/2014   Pubblicazione in G.
U. 23/07/2014  n. 31
Norme
impugnate:
Art. 21,
c. 3°, alinea e lett. a), del decreto legge 04/06/2013 n. 63, convertito, con
modificazioni, dall'art. 1, c. 1°, della legge 03/08/2013, n. 90.
Massime:
38087 
Atti
decisi:
ric.
91/2013


SENTENZA N. 207  ANNO 2014




REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Sabino
CASSESE; Giudici : Giuseppe TESAURO, Paolo NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO,
Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio
MATTARELLA, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO,




ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel
giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 21, comma 3, alinea e lettera
a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63 (Disposizioni urgenti per il
recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio
del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell’edilizia per la
definizione delle procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea,
nonché altre disposizioni in materia di coesione sociale), convertito, con
modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2013, n. 90, promosso
dalla Regione siciliana con ricorso notificato il 2 ottobre 2013, depositato in
cancelleria il 9 ottobre 2013 ed iscritto al n. 91 del registro ricorsi 2013.
Visto
l’atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito
nell’udienza pubblica del 24 giugno 2014 il Giudice relatore Giancarlo
Coraggio;
uditi
l’avvocato Marina Valli per la Regione siciliana e l’avvocato dello Stato Gianni
De Bellis per il Presidente del Consiglio dei ministri.




Ritenuto in fatto
1.–
Con ricorso notificato il 2 ottobre 2013 (reg. ric. n. 91 del 2013) e
depositato in cancelleria il 9 ottobre 2013, la Regione siciliana ha impugnato
l’art. 21, comma 3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63
(Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del
Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione
energetica nell’edilizia per la definizione delle procedure d’infrazione
avviate dalla Commissione europea, nonché altre disposizioni in materia di
coesione sociale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della
legge 3 agosto 2013, n. 90, «ove applicabile ricomprendendo nell’aumento di
gettito derivante dalle misure previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20, da
utilizzare a copertura degli oneri derivanti allo Stato per effetto delle
disposizioni indicate nell’alinea, anche la parte relativa a tributi riscossi
in Sicilia e quindi di spettanza della Regione», per violazione degli artt. 36
e 37 dello statuto della Regione siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio
1946, n. 455, recante «Approvazione dello statuto della Regione siciliana»),
nonché delle correlate norme di attuazione di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n.
1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia
finanziaria ) ed in particolare dell’art. 2.
L’art.
21 del d.l. n. 63 del 2013, ai commi 1 e 2, così dispone: «l. L’autorizzazione
di spesa di cui all’articolo l, comma 7, del decreto­legge 20 maggio 1993, n.
148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236,
confluita nel Fondo sociale per l’occupazione e la formazione, di cui
all’articolo 18, comma l, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n.
185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, è
incrementata di 47,8 milioni di euro per l’anno 2013 e di 121,5 milioni di euro
per l’anno 2014, per essere destinata al rifinanziamento degli ammortizzatori
sociali in deroga di cui all’articolo 2, commi 64, 65 e 66, della legge 28
giugno 2012, n. 92. 2. L’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 5 della
legge 6 febbraio 2009, n. 7 è incrementata di 413,1 milioni di euro per l’anno
2024». La Regione ricorrente censura, in modo particolare, il successivo comma
3, secondo cui «3. Agli oneri derivanti dagli articoli 14 e 16 e dai commi l e
2 del presente articolo, pari a 47,8 milioni di euro per l’anno 2013 a 274
milioni di euro per l’anno 2014, a 379,7 milioni di euro per l’anno 2015, a
265,1 milioni di euro per l’anno 2016, a 262,2 milioni di euro per ciascuno
degli anni dal 2017 al 2023 e a 413,l milioni di euro per l’anno 2024, si
provvede: a) quanto a 47,8 milioni di euro per l’anno 2013, a 194 milioni di
euro per ciascuno degli anni dal 2014 al 2023 e a 379 milioni di euro per
l’anno 2024, mediante corrispondente utilizzo delle maggiori entrate e delle
minori spese derivanti dalle misure previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20;
[...]».
In
particolare, gli articoli da ultimo richiamati prevedono rispettivamente:
l’innalzamento e la proroga del regime di detrazione fiscale per interventi di
miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici (art. 14); la proroga
delle detrazioni fiscali per interventi di ristrutturazione edilizia e per
l’acquisto di immobili (art. 16); l’eliminazione del regime agevolato IVA per
taluni prodotti editoriali, e cioè supporti integrativi a quotidiani e prodotti
editoriali diversi dai libri scolastici e universitari (art. 19); l’applicazione
del regime ordinario IVA per la somministrazione di alimenti e bevande con
distributori automatici (art. 20).
Pertanto,
dagli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 è previsto un maggior gettito
risultante dalla differenza tra il costo delle agevolazioni fiscali ivi
stabilite e i maggiori introiti per imposte dirette ed IVA conseguenti
all’incremento delle attività economiche agevolate; dagli artt. 19 e 20 è poi
previsto un maggior gettito come diretta conseguenza della eliminazione del
regime IVA agevolato nel settore editoriale e dell’innalzamento dell’IVA sugli
alimenti somministrati mediante distributori automatici.
1.1.–
La Regione «paventa» che con l’art. 21 si sia inteso stabilire che tutti gli
aumenti di gettito suddescritti confluiscano nel bilancio statale, anche se
derivanti da tributi regionali riscossi in Sicilia e promuove «in via
cautelativa» la questione di legittimità costituzionale avente ad oggetto la
disposizione de qua. La disposizione impugnata, «ove applicabile ricomprendendo
nell’aumento di gettito derivante dalle misure previste dagli articoli 14, 16,
19 e 20, da utilizzare a copertura degli oneri derivanti allo Stato per effetto
delle disposizioni indicate nell’alinea, anche la parte relativa a tributi
riscossi in Sicilia e quindi di spettanza della Regione», violerebbe gli artt.
36 e 37 dello statuto nonché l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, in quanto
non sussisterebbero i presupposti, previsti dallo statuto, che consentono di
derogare al principio di attribuzione alla Regione siciliana di tutte le
imposte statali riscosse nell’isola, ovvero a) la natura tributaria
dell’entrata; b) la novità di tale entrata; c) la destinazione del gettito «con
apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari
finalità contingenti o continuative dello Stato specificate nelle leggi
medesime». Relativamente ai maggiori proventi fiscali che ci si attende dalla
ripresa economica stimolata dalle (maggiori) agevolazioni di cui ai citati
artt. 14 e 16, difetterebbe il carattere di novità dell’entrata tributaria;
mentre, relativamente sia a questi che agli aumenti di gettito IVA derivanti
dai successivi artt. 19 e 20, mancherebbe la specifica destinazione a finalità
contingenti o continuative dello Stato.
2.–
Il Presidente del Consiglio dei ministri, ritualmente costituito in giudizio,
sostiene, innanzitutto, l’inammissibilità del ricorso, non avendo, la
ricorrente, adempiuto all’onere, cristallizzato dalla giurisprudenza di questa
Corte (sentenza n. 246 del 2012), di allegare la precisa quantificazione del
pregiudizio lamentato, i criteri utilizzati per la sua definizione e le partite
dei rispettivi bilanci finanziari dalle quali si ricavano le relative censure.
2.1.–
Viene, inoltre, sostenuta la infondatezza del ricorso in quanto, per espressa
affermazione della ricorrente, dalle norme impugnate non emergerebbe alcun
danno, stante anche la recente pronuncia di questa Corte, in fattispecie di
analogo contenuto, secondo cui dalle norme statutarie non sarebbe desumibile
alcun principio di invarianza di gettito per la Regione in caso di modifica di
tributi erariali, fatta salva la dimostrazione che la dedotta riduzione di
gettito rende impossibile lo svolgimento delle funzioni regionali (sentenza n.
241 del 2012).
A
ciò si aggiunge che la finalità delle disposizioni recate dal d.l. n. 63 del
2013 e, in particolare, di quelle relative alle detrazioni fiscali per
interventi di riqualificazione energetica, sarebbe il recepimento – doveroso –
della direttiva comunitaria 2010/31/UE in materia di prestazioni energetiche
per la definizione di procedure d’infrazione. Pertanto, il maggior gettito
(peraltro come effetto indotto) derivante dalle disposizioni di carattere
fiscale, dettate tipicamente da obblighi di adeguamento comunitari, non
apparirebbe essere diretto a costituire una riserva erariale in senso tecnico.
Del resto, lo Stato, nell’esercizio della potestà legislativa esclusiva in
materia di rapporti con l’Unione europea nonché in materia tributaria, sarebbe
legittimato ad introdurre misure, anche di carattere fiscale, al fine di
favorire la standardizzazione delle prestazioni energetiche e garantire
coesione sociale e internazionale, senza che l’eventuale minor gettito debba
essere necessariamente accompagnato da misure compensative per la finanza
regionale.
Alla
luce di quanto esposto il resistente chiede il rigetto del ricorso in epigrafe.




Considerato in diritto
1.–
Con ricorso n. 91 del 2013, la Regione siciliana ha impugnato l’art. 21, comma
3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63 (Disposizioni
urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e
del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell’edilizia
per la definizione delle procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea,
nonché altre disposizioni in materia di coesione sociale), convertito, con
modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2013, n. 90, «ove
applicabile ricomprendendo nell’aumento di gettito derivante dalle misure
previste dagli articoli 14, 16, 19 e 20, da utilizzare a copertura degli oneri
derivanti allo Stato per effetto delle disposizioni indicate nell’alinea, anche
la parte relativa a tributi riscossi in Sicilia e quindi di spettanza della
Regione», per violazione degli artt. 36 e 37 dello statuto della Regione
siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante
«Approvazione dello statuto della Regione siciliana»), nonché delle correlate
norme di attuazione di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione
dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria) ed in particolare
dell’art. 2.
La
disposizione censurata prevede la copertura degli incrementi di alcune
autorizzazioni di spesa individuate dai commi 1 e 2 dello stesso art. 21 e
degli oneri derivanti da agevolazioni fiscali introdotte dagli artt. 14 e 16
del medesimo decreto-legge «mediante corrispondente utilizzo delle maggiori
entrate e delle minori spese derivanti dalle misure previste dagli articoli 14,
16, 19 e 20; [...]».
In
particolare, dagli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del 2013 è previsto un maggior
gettito risultante dalla differenza tra il costo delle agevolazioni fiscali ivi
stabilite e i maggiori introiti per imposte dirette ed IVA che si prevedono
come conseguenti all’incremento delle attività economiche agevolate; dagli
artt. 19 e 20 del medesimo decreto-legge è poi previsto un maggior gettito come
diretta conseguenza della eliminazione del regime IVA agevolato nel settore
editoriale e dell’innalzamento dell’IVA sugli alimenti somministrati mediante
distributori automatici.
1.1.–
A parere della Regione la disposizione censurata, «ove applicabile
ricomprendendo […] anche la parte relativa a tributi riscossi in Sicilia e
quindi di spettanza della Regione», violerebbe gli artt. 36 e 37 dello statuto
nonché l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, in quanto non sussisterebbero i
presupposti, previsti dallo statuto, che consentono di derogare al principio di
attribuzione alla Regione siciliana di tutte le imposte statali riscosse nell’isola,
ovvero a) la natura tributaria dell’entrata; b) la novità di tale entrata; c)
la destinazione del gettito «con apposite leggi alla copertura di oneri diretti
a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato
specificate nelle leggi medesime».
Quanto
ai maggiori proventi fiscali previsti sulla base della ripresa economica
stimolata dalle agevolazioni di cui ai citati artt. 14 e 16, difetterebbe il
carattere di novità dell’entrata tributaria. Con riferimento sia ad essi che
agli aumenti di gettito IVA derivanti dai successivi artt. 19 e 20, mancherebbe
la specifica destinazione a finalità contingenti o continuative dello Stato.
1.2.–
Il Presidente del Consiglio dei ministri sostiene l’inammissibilità del
ricorso, non avendo, la ricorrente, adempiuto all’onere di allegare la «precisa
quantificazione del pregiudizio lamentato, i criteri utilizzati per la sua
definizione e le partite dei rispettivi bilanci finanziari dalle quali si
ricavano le relative censure», nonché la sua non fondatezza in quanto, per
espressa affermazione della ricorrente, dalle norme impugnate non emergerebbe
alcun danno. Inoltre, la finalità delle disposizioni recate dal d.l. n. 63 del
2013 e in particolare di quelle relative alle detrazioni fiscali per interventi
di riqualificazione energetica, sarebbe il recepimento doveroso della direttiva
comunitaria 2010/31/UE in materia di prestazioni energetiche; pertanto, il
maggior gettito non sarebbe diretto a costituire una riserva erariale in senso
tecnico. Comunque, lo Stato, nell’esercizio della potestà legislativa esclusiva
in materia di rapporti con l’Unione europea nonché in materia tributaria,
sarebbe legittimato ad introdurre misure, anche di carattere fiscale, al fine
di favorire la standardizzazione delle prestazioni energetiche e garantire
coesione sociale e internazionale, senza che l’eventuale minor gettito debba
essere necessariamente accompagnato da misure compensative per la finanza
regionale.
2.–
Si premette che la questione promossa dalla Regione siciliana è ammissibile,
sebbene formulata in via alternativa – sulla riconducibilità o meno alla
disposizione in esame dei tributi riscossi nel territorio della Regione – in
quanto, secondo costante orientamento di questa Corte, il giudizio in via
principale, a differenza di quanto accade per il giudizio in via incidentale,
può concernere questioni sollevate sulla base di interpretazioni prospettate
dal ricorrente come possibili (sentenze n. 255 del 2013, n. 228 del 2003, n.
412 del 2001, n. 244 del 1997 e n. 242 del 1989).
3.–
Sempre in via preliminare, deve essere esaminata l’eccezione di inammissibilità
prospettata dal Presidente del Consiglio dei ministri per genericità del
ricorso per la «mancata quantificazione del pregiudizio lamentato, i criteri
utilizzati per la sua definizione e le partite dei rispettivi bilanci
finanziari dalle quali si ricavano le relative censure».
L’eccezione
non è fondata in quanto il principio della necessaria allegazione del danno
affermato da questa Corte (sentenza n. 246 del 2012) trova una giustificazione
quando la norma censurata dispone una minore entrata per la Regione e non anche
quando comporti l’esclusione dal beneficio del maggior gettito da essa stessa
introdotto.
4.–
Nel merito la questione è fondata. La disposizione impugnata, come “paventato”
dalla ricorrente, dispone in effetti che la globalità degli aumenti di gettito
confluiscano nel bilancio statale, includendovi, quindi, anche quelli riscossi
nel territorio della Regione siciliana.
Manca
infatti una clausola di salvaguardia che preveda l’inapplicabilità delle
disposizioni in esame alle Regioni ad autonomia speciale ove siano in contrasto
con gli statuti e le relative norme di attuazione.
Va
poi rilevato che la relazione tecnica, nel quantificare ed esporre i dati contabili
ed economici ricollegabili alle misure introdotte, prende a riferimento le
entrate riscosse in tutto il territorio nazionale.
Occorre,
dunque, verificare se ricorrono i presupposti legittimanti la riserva allo
Stato fissati dall’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, la cui sussistenza è
contestata dalla Regione.
5.–
Essendo pacifico il carattere tributario dell’entrata, deve accertarsi,
innanzitutto, la destinazione a «finalità contingenti o continuative dello
Stato, specificate nelle leggi medesime». Questa Corte, con la sentenza n. 241
del 2012, ha evidenziato che tale condizione «è soddisfatta quando la legge
statale stabilisce che il gettito sia utilizzato per la copertura di oneri
diretti a perseguire “particolari finalità contingenti o continuative dello
Stato specificate” nella legge stessa (sentenza n. 135 del 2012)».
Ebbene,
gli obiettivi di impiego indicati nel censurato comma 3 dell’art. 21 rispondono
ad esigenze specifiche di copertura degli «oneri derivanti dagli articoli 14 e
16 e dai commi l e 2».
Essi
riguardano, rispettivamente, le detrazioni fiscali introdotte da tali norme per
gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici e per
le spese di ristrutturazione edilizia; l’incremento dell’autorizzazione di
spesa di cui all’art. 1, comma 7, del decreto legge 20 maggio 1993, n. 148
(Interventi urgenti a sostegno dell’occupazione), convertito, con
modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 19 luglio 1993, n. 236,
confluita nel Fondo sociale per l’occupazione e la formazione e destinata al
rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga di cui all’art. 2, commi
64 e 65, della legge 28 giugno 2012, n. 92 (Disposizioni in materia di riforma
del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita); l’incremento dell’autorizzazione
di spesa di cui all’art. 5 della legge 6 febbraio 2009, n. 7 (Ratifica ed
esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la
Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista,
fatto a Bengasi il 30 agosto 2008), relativa agli oneri derivanti dagli impegni
assunti con il Trattato nonché dal riconoscimento di ulteriori indennizzi a
soggetti titolari di beni, diritti e interessi sottoposti in Libia a misure
limitative, individuati nell’art. 4 della medesima legge n. 7 del 2009.
6.–
A conclusioni parzialmente diverse si giunge quanto al requisito della novità
della entrata, in ordine al quale deve essere operata una distinzione tra i due
gruppi di diposizioni.
6.1.–
Le misure di cui agli artt. 19 e 20 del d.l. n. 63 del 2013 rientrano nel
perimetro della nozione di «nuova entrata tributaria» tracciato dalla
giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale può considerarsi tale anche la
maggiore entrata derivante da disposizioni legislative che aumentano le
aliquote di tributi preesistenti (sentenze n. 97 del 2013, n. 143 del 2012 e n.
348 del 2000).
A
tale fattispecie possono senz’altro assimilarsi l’eliminazione del regime IVA
agevolato per i prodotti editoriali e, a maggior ragione, l’aumento dell’aliquota
IVA per la somministrazione di alimenti e bevande con i distributori
automatici.
6.2.–
Non rientra, invece, nella nozione di «nuova entrata tributaria» il maggior
gettito previsto come effetto indotto delle misure di cui agli artt. 14 e 16
del d.l. n. 63 del 2013 risultante, cioè, dalla differenza tra il costo delle
agevolazioni fiscali introdotte dalle norme richiamate e i maggiori introiti
per imposte dirette ed IVA conseguenti all’incremento delle attività economiche
derivante dalla loro agevolazione.
Si
tratta di tributi già dovuti in base alla precedente normativa fiscale, il cui
gettito non muta per il mutare della norma ma aumenta (rectius, potrebbe
aumentare, per l’ipotizzato effetto incentivante sugli investimenti nei settori
specifici interessati dalle norme. Difatti per le «somme già dovute in base
alla precedente normativa fiscale» va escluso il carattere di novità
dell’entrata tributaria (sentenza n. 241 del 2012).
In
termini più generali, questa Corte, con la sentenza n. 306 del 2004, ha poi
chiarito che l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 va inteso nel senso che deve
essere assicurato alla Regione il gettito derivante dalla «capacità fiscale»
che si manifesta nel suo territorio, e cioè dai rapporti tributari che sono in
esso radicati, in ragione della residenza fiscale del soggetto produttore del
reddito colpito o della collocazione nell’ambito territoriale regionale del
fatto cui si collega il sorgere dell’obbligazione tributaria. Ciò che rileva,
quindi, è che venga assicurato che alla Regione giunga il gettito
corrispondente alla sua capacità fiscale, a nulla rilevando che, come nel caso
di specie, l’incremento di quest’ultima sia dovuto a detrazioni fiscali
introdotte dal legislatore statale, peraltro comunque poste a carico della Regione.




Per Questi Motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l’illegittimità costituzionale
dell’art. 21, comma 3, alinea e lettera a), del decreto-legge 4 giugno 2013, n.
63 (Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del
Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione
energetica nell’edilizia per la definizione delle procedure d’infrazione
avviate dalla Commissione europea, nonché altre disposizioni in materia di
coesione sociale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della
legge 3 agosto 2013, n. 90, nella parte in cui ricomprende nell’aumento di
gettito derivante dalle misure previste dagli artt. 14 e 16 del d.l. n. 63 del
2013 anche i tributi riscossi nella Regione siciliana.
Così deciso in Roma, nella sede della
Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 luglio 2014.
F.to:
Sabino CASSESE,
Presidente
Giancarlo CORAGGIO,
Redattore
Gabriella MELATTI,
Cancelliere
Depositata in
Cancelleria il 16 luglio 2014.
Il Direttore della
Cancelleria
F.to: Gabriella MELATTI

Sentenza
 42/2013
Giudizio
GIUDIZIO
DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE IN VIA PRINCIPALE
Presidente GALLO -
Redattore CAROSI
Udienza
Pubblica del 12/02/2013  
Decisione  del 11/03/2013
Deposito del 15/03/2013   Pubblicazione in G.
U. 20/03/2013  n. 12
Norme
impugnate:
Art. 2, c.
4°, del decreto legge 24/01/2012, n. 1, convertito con modificazioni in legge
24/03/2012, n. 27.
Massime:
36964 
Atti
decisi:
ric.
85/2012

SENTENZA N. 42 ANNO 2013
REPUBBLICA
ITALIANA
IN NOME DEL
POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Franco GALLO;
Giudici : Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria
NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio
LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario
MORELLI, Giancarlo CORAGGIO,




ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio
di legittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 4, del decreto-legge 24
gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo
delle infrastrutture e la competitività), convertito, con modificazioni,
dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, promosso dalla Regione siciliana con
ricorso notificato il 23 maggio 2012, depositato in cancelleria il 31 maggio
2012 ed iscritto al n. 85 del registro ricorsi 2012.
Visto l’atto
di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito
nell’udienza pubblica del 12 febbraio 2013 il Giudice relatore Aldo Carosi;
udito
l’avvocato dello Stato Paolo Gentili per il Presidente del Consiglio dei
ministri.
Ritenuto in fatto
1. – Con
ricorso notificato il 23 maggio 2012, depositato il 31 maggio 2012 ed
iscritto al n. 85 del registro ricorsi dell’anno 2012, la Regione siciliana
ha, tra l’altro, promosso questione di legittimità costituzionale
dell’articolo 2, comma 4, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni
urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la
competitività), così come modificato dalla legge di conversione 24 marzo
2012, n. 27, pubblicata nel supplemento ordinario n. 53 alla Gazzetta
Ufficiale della Repubblica Italiana 24 marzo 2012, n. 71, denunciandone il
contrasto con l’articolo 36 [rectius: 36, primo comma] dello statuto della
Regione Siciliana (Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante
«Approvazione dello statuto della Regione siciliana»), secondo cui «Al
fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali
della Regione a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima», e con le
relative norme attuative, di cui al decreto del Presidente della Repubblica
26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione
siciliana in materia finanziaria), ed in particolare con l’art. 2 [rectius:
2, primo comma], secondo cui «Ai sensi del primo comma dell’articolo 36 dello
statuto della Regione siciliana spettano alla Regione siciliana, oltre le
entrate tributarie da essa direttamente deliberate, tutte le entrate
tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo territorio, dirette o
indirette, comunque denominate, ad eccezione delle nuove entrate tributarie
il cui gettito sia destinato con apposite leggi alla copertura di oneri
diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello
Stato specificate nelle leggi medesime».
La ricorrente
lamenta altresì la violazione del principio di leale collaborazione, in quanto
la disposizione impugnata non prevederebbe la partecipazione della Regione
siciliana al procedimento di ripartizione tra Stato e Regione dei relativi
proventi riscossi in Sicilia.
1.1. – L’art.
2 (rubricato «Tribunale delle imprese») del d.l. n. 1 del 2012, nel testo
sostituito dalla legge di conversione n. 27 del 2012, ha apportato numerose
modifiche all’art. 1 del decreto legislativo 27 giugno 2003 n. 168
(Istituzione di Sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed
intellettuale presso tribunali e corti d’appello, a norma dell’articolo 16
della legge 12 dicembre 2002, n. 273), prevedendo – tra l’altro –
l’istituzione di sezioni specializzate in materia d’impresa presso i
tribunali e le corti d’appello con sede nel capoluogo di ogni Regione.
Il comma 3
dell’articolo in esame ha inserito il comma 1-ter nell’art. 13 del decreto
del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle
disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia),
il quale stabilisce che per i processi di competenza delle sezioni
specializzate di cui al d.lgs. n. 168 del 2003 il contributo unificato dovuto
per le spese di giustizia, previsto al comma 1 del medesimo articolo 13, sia
raddoppiato.
Il successivo
comma 4 del medesimo art. 2 ha disposto che il maggior gettito derivante
dall’applicazione della norma di cui al comma 3 sia versato all’entrata del
bilancio dello Stato per essere riassegnato, quanto ad euro 600.000 per
ciascuno degli anni 2012 e 2013, alla copertura degli oneri derivanti
dall’istituzione delle sezioni specializzate in materia di impresa presso gli
uffici giudiziari diversi da quelli nei quali, per effetto dell’art. 1 del
d.lgs. n. 168 del 2003, sono state istituite le sezioni specializzate in
materia di proprietà industriale ed intellettuale e, per la restante parte,
al fondo istituito ai sensi dell’art. 37, comma 10, del decreto-legge 6
luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria),
convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. A
decorrere dall’anno 2014 l’intero ammontare del maggior gettito viene
riassegnato al predetto fondo.
1.2. –
Secondo la Regione siciliana la destinazione all’erario del maggior gettito
derivante dall’aumento del contributo unificato dovuto per le spese di
giustizia violerebbe l’art. 36 dello statuto d’autonomia e le relative norme
di attuazione in materia finanziaria, di cui al d.P.R. n. 1074 del 1965, ed
in particolare l’art. 2, nonché il principio di leale collaborazione tra
Stato e Regioni.
Infatti,
prosegue la ricorrente, la destinazione del gettito delle entrate tributarie
riscosse nel territorio della Regione siciliana potrebbe essere sottoposta a
deroghe e limitazioni solamente quando ricorra il doppio requisito della
«novità del tributo» e della «specificità dello scopo», così come
espressamente previsto sia dall’art. 36 dello statuto che dall’art. 2 del
d.P.R. n. 1074 del 1965.
Da tali
disposizioni difatti, argomenta la difesa regionale, sarebbe possibile
ricavare la regola generale secondo la quale, a parte talune individuate
eccezioni – tra le quali sono appunto da ricomprendere le nuove entrate
tributarie il cui gettito sia destinato con apposite leggi alla copertura di
oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative
dello Stato (finalità specificate nelle leggi medesime) – spettano alla
Regione siciliana, oltre alle entrate tributarie da essa direttamente
deliberate, anche tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito
del suo territorio, dirette o indirette, comunque denominate .
Osserva la
Regione siciliana che, diversamente, la disposizione impugnata, malgrado
preveda un incremento del gettito di un’imposta preesistente, non
indicherebbe, come dovrebbe, una specifica destinazione dello stesso che ne
possa giustificare l’attribuzione allo Stato. La norma, pertanto, non sarebbe
in grado di integrare quell’eccezione al generale principio devolutivo e
tale, quindi, da sottrarre legittimamente alla Regione siciliana i proventi
di tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo
territorio.
Per tali
motivi, la ricorrente sostiene che l’aumento del gettito previsto dalla norma
impugnata dovrebbe ritenersi di sua spettanza. In proposito, osserva che «la
riserva al bilancio statale dei proventi in questione non appare correlata,
tranne forse che per il 2012 ed il 2013, ma certamente non per gli anni
successivi, a specifiche finalità che configurino il requisito della clausola
di destinazione richiesta dall’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965».
1.3. – La
difesa regionale, come ulteriore profilo di lesione delle proprie prerogative
in materia finanziaria, lamenta inoltre che la disposizione impugnata non
preveda la partecipazione della Regione al procedimento di ripartizione tra
essa stessa e lo Stato dei proventi derivanti dalla riscossione nel
territorio siciliano del predetto contributo unificato. In merito, rammenta
che la Corte costituzionale, decidendo alcuni giudizi instaurati dalla
medesima Regione siciliana, ha più di una volta stigmatizzato l’illegittimità
costituzionale dell’assenza di una tale previsione, che verrebbe quindi a
violare il «[...] principio di leale cooperazione, dal momento che le
clausole di riserva all’erario di nuove entrate (contenute nelle disposizioni
censurate) costituiscono un meccanismo di deroga alla regola della spettanza
alla Regione del gettito dei tributi erariali (salve alcune eccezioni)
riscosso nel territorio della medesima, e la loro attuazione incide, dunque,
direttamente sulla effettività della garanzia dell’autonomia finanziaria
regionale» (sentenza n. 228 del 2001, ed in termini le precedenti sentenze n.
98, n. 347 e n. 348 del 2000).
Per tali
motivi la Regione siciliana conclude chiedendo che la Corte costituzionale
voglia dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 4,
del d.l. n. 1 del 2012.
2 – Si è
costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso
dall’Avvocatura generale dello Stato, deducendo l’infondatezza delle censure
regionali.
Secondo la difesa
erariale, infatti, l’art. 2, comma 4, del d.l. n. 1 del 2012 configurerebbe
una «nuova entrata tributaria» ai sensi dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del
1965, come affermato anche di recente dalla stessa Corte costituzionale con
la sentenza n. 135 del 2012, e sussisterebbero, altresì, le specifiche
finalità della destinazione erariale delle nuove entrate, finalità ovviamente
rappresentate dalla necessità di istituire nuove sezioni specializzate in
materia di imprese nonché di incrementare il fondo previsto dall’art. 37,
comma 10, del d.l. n. 98 del 2011 al fine di realizzare una maggiore
efficienza del sistema giudiziario.
Per tali
motivi il Presidente del Consiglio conclude chiedendo che il ricorso venga
respinto.




Considerato in diritto
1. – Con ricorso
n. 85 del 2012, la Regione siciliana ha impugnato in via principale varie
disposizioni del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti
per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività),
convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, fra le quali
l’articolo 2, comma 4, nel testo modificato dalla legge di conversione,
oggetto del presente giudizio. La norma è stata impugnata in riferimento
all’art. 36 [rectius: 36, primo comma] dello statuto della Regione siciliana
(Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante «Approvazione
dello statuto della Regione siciliana»), alle correlate norme di attuazione
di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto
della Regione siciliana in materia finanziaria), ed, in particolare, all’art.
2 [rectius: 2, primo comma], nonché al principio di leale collaborazione.
L’articolo 2,
comma 4, del d.l. n. 1 del 2012, nel testo modificato dalla legge di
conversione n. 27 del 2012, prevede la destinazione all’erario del maggior
gettito derivante dall’aumento del contributo unificato stabilito dal comma 3
del medesimo articolo.
1.1. –
Secondo la Regione, la norma devolutiva del contributo unificato nel processo
dinanzi alle sezioni specializzate in materia di impresa non soddisferebbe il
requisito di scopo espressamente previsto dall’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del
1965 contenente le norme di attuazione dello statuto Regione siciliana in
materia finanziaria. Gli artt. 36 dello statuto [rectius: 36, primo comma] e
2 [rectius: 2, primo comma] del d.P.R. n. 1074 del 1965 enuncerebbero la
regola generale secondo cui tutte le entrate tributarie erariali riscosse
nell’ambito del territorio siciliano sono di pertinenza della Regione stessa.
Costituirebbe eccezione a tale principio il regime delle «nuove entrate
tributarie» il cui gettito sia destinato con apposite leggi alla copertura di
oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative
dello Stato specificate nelle leggi medesime.
La norma
impugnata non rientrerebbe – secondo la ricorrente – in detta eccezione in
quanto non corredata dalla specifica destinazione prescritta dall’art. 2 del
d.P.R. n. 1074 del 1965 e non potrebbe conseguentemente sottrarsi al
principio devolutivo del tributo alla Regione.
Quest’ultima
ritiene che il vizio, «tranne forse che per il 2012 e 2013», riguarderebbe
sicuramente gli altri futuri esercizi.
Inoltre, la
norma impugnata, nella parte in cui riserva allo Stato il maggior gettito
derivante dai nuovi importi fissati per il contributo unificato nel processo
dinanzi alle sezioni specializzate in materia d’impresa, non prevederebbe la
partecipazione della Regione siciliana al procedimento di ripartizione tra
Stato e Regione dei relativi proventi riscossi in Sicilia. Ne deriverebbe la
violazione del principio di leale cooperazione, in quanto l’attuazione delle
clausole di riserva all’erario di nuove entrate contenute nelle disposizioni
censurate costituirebbe un meccanismo di deroga alla regola della spettanza
alla Regione del gettito dei tributi erariali, lesivo dell’autonomia
finanziaria regionale.
1.2. – Il
Presidente del Consiglio dei ministri, ritualmente costituito in giudizio,
dopo aver ricordato che per «nuova entrata tributaria» può intendersi – ai sensi
dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 – anche un incremento di un tributo
esistente, rilevando la novità del provento e non quella del tributo,
sostiene l’esistenza, nel caso di specie, della specifica finalità della
destinazione erariale delle nuove entrate. Essa sarebbe rinvenibile
nell’obiettivo programmato di istituire nuove sezioni specializzate in
materia di imprese nonché di incrementare il fondo previsto dall’art. 37,
comma 10, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la
stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15
luglio 2011, n. 111, al fine di realizzare una maggiore efficienza del
sistema giudiziario.
Alla luce di
quanto esposto il resistente chiede il rigetto del ricorso in epigrafe anche
con riguardo alla norma oggetto del presente giudizio.
1.3. –
Peraltro, la legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione
del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2013), ha
recentemente modificato (art. 1, comma 25) le disposizioni richiamate dalla
norma oggetto di impugnazione. La modifica ha riguardato i commi da 10 a 14
dell’art. 37 del d.l. n. 98 del 2011, mentre è stato aggiunto il comma 11-bis
all’art. 37 ed è stata precisata la ripartizione dei maggiori proventi
derivanti dai ricorsi proposti davanti ai Tribunali amministrativi regionali
ed al Consiglio di Stato.
L’art. 37,
commi da 10 a 14, in vigore dal 29 aprile 2012, stabiliva – tra l’altro – che
il maggior gettito derivante dall’applicazione delle disposizioni di cui ai
commi 6, 7, 8 e 9, ad eccezione del maggior gettito derivante dal contributo
unificato nel processo tributario, fosse versato all’entrata del bilancio
dello Stato per essere riassegnato ad apposito «Fondo» istituito nello stato
di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, per la
realizzazione di interventi urgenti in materia di giustizia civile e
amministrativa. Secondo una ripartizione decisa da un decreto del Presidente
del Consiglio dei ministri, adottato di concerto con i Ministri dell’economia
e delle finanze e della giustizia, era stabilita annualmente la ripartizione
tra la giustizia civile, amministrativa e tributaria di una quota parte delle
risorse confluite nel «Fondo». Per il primo anno un terzo di tale quota era
destinato a spese di giustizia, ivi comprese le nuove assunzioni di personale
di magistratura ordinaria, amministrativa e contabile, nonché degli avvocati
e procuratori dello Stato, in deroga alle limitazioni previste dalla
legislazione vigente; per gli anni successivi le restanti quote erano
destinate ad erogare compensi incentivanti in favore degli appartenenti ad
uffici giudiziari che avessero raggiunto obiettivi di riduzione
dell’arretrato ivi pendente nonché a sostenere le spese di funzionamento dei
medesimi uffici.
L’art. 37,
(commi da 10 a 15), nel testo modificato dalla citata legge di stabilità per
il 2013, dispone invece che il maggior gettito derivante dall’applicazione
delle disposizioni di cui ai commi 6, lettere da b) a r), 7, 8 e 9, ad eccezione
del maggior gettito derivante dal contributo unificato nel processo
tributario, sia versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere
riassegnato al pertinente capitolo dello stato di previsione del Ministero
della giustizia per la realizzazione di interventi urgenti in materia di
giustizia civile, mentre il maggior gettito derivante dall’applicazione delle
disposizioni di cui al comma 6, lettera s), sia versato all’entrata del
bilancio dello Stato per essere riassegnato al pertinente capitolo dello
stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, alimentato
con le modalità di cui al periodo precedente, per la realizzazione di
interventi urgenti in materia di giustizia amministrativa. Con specifico
riguardo al capitolo acceso presso lo stato di previsione del bilancio del
Ministero della giustizia, si dispone che con decreto del Presidente del
Consiglio dei ministri, di concerto con i ministri dell’economia e delle
finanze e della giustizia, sia stabilita la ripartizione in quote delle
risorse ivi confluite per essere destinate, in via prioritaria,
all’assunzione di personale di magistratura ordinaria nonché, per il solo
anno 2013, per consentire ai lavoratori cassintegrati, in mobilità,
socialmente utili, ai disoccupati ed agli inoccupati, che a partire dall’anno
2010 hanno partecipato a progetti formativi regionali o provinciali presso
gli uffici giudiziari, il completamento del percorso formativo entro il 31
dicembre 2013, nel limite di spesa di 7,5 milioni di euro. A decorrere dall’anno
2014 tale ultima quota sarà destinata all’incentivazione del personale
amministrativo appartenente agli uffici giudiziari presso i quali, alla data
del 31 dicembre, risultino pendenti procedimenti civili e amministrativi in
numero ridotto di almeno il 10 per cento rispetto all’anno precedente nonché
a sostenere le spese di funzionamento degli uffici giudiziari. Con modalità e
finalità analoghe è prevista la ripartizione delle risorse versate nel
capitolo di cui al comma 10, secondo periodo.
2. – Riservate
a separate pronunce le decisioni sull’impugnazione delle altre norme
contenute nel d.l. n. 1 del 2012, occorre preliminarmente verificare se la
sopravvenuta normativa introdotta dalla legge di stabilità per il 2013 (art.
1, comma 25, della legge n. 228 del 2012) abbia corretto in modo sostanziale
l’assetto della norma denunciata oppure se il testo al momento vigente,
oggetto di richiamo da parte della disposizione in esame, non abbia alterato
il thema decidendum.
A ben vedere,
le numerose modifiche intervenute nei commi 10-15 dell’art. 37 del d.l. n. 98
del 2011 non consentono di ritenere rinnovata o superata la questione posta
dalla ricorrente. Esse hanno parzialmente corretto le categorie dei
“beneficiari” delle maggiori risorse, i criteri ed i tempi del riparto,
nonché il procedimento di “ri-assegnazione” dei maggiori proventi derivanti
dal contributo unificato. Tali proventi, a parte le somme riservate per gli
anni 2012 e 2013 – nei limiti di euro 600.000 – ai maggiori oneri derivanti
dalla istituzione delle sezioni specializzate dei tribunali in materia di
impresa, a partire dall’esercizio 2013 non saranno più riassegnati in un
unico «Fondo» istituito nel bilancio di previsione del Ministero
dell’economia e delle finanze bensì in un apposito «capitolo» dello stato di
previsione del Ministero della giustizia per essere destinati al
finanziamento delle assunzioni di magistrati ordinari e per consentire – per
il solo anno 2013 – ai lavoratori cassintegrati, in mobilità, socialmente
utili, ai disoccupati ed agli inoccupati, che a partire dall’anno 2010 hanno
partecipato a progetti formativi regionali o provinciali presso gli uffici
giudiziari, di completare il rispettivo percorso formativo.
Infine, si
prevede che entrambi i capitoli di spesa finanzieranno “a regime” sia le
assunzioni del personale di magistratura che i compensi incentivanti legati
al conseguimento di obiettivi di smaltimento degli arretrati.
La legge di
stabilità per il 2013 ha omesso di coordinare il rinvio della norma oggetto
di scrutinio alle sopravvenute modalità di impiego del nuovo gettito cosicché
l’art. 2, comma 4, continua a prevedere la “riassegnazione” dei maggiori
proventi al «Fondo» istituito presso il Ministero dell’economia e delle
finanze (ormai implicitamente abrogato). Peraltro, tale mancanza di
coordinamento tra la norma impugnata – che prevede ancora la “riassegnazione”
ad un «Fondo» non più esistente – ed il nuovo art. 37 del d.l. n. 98 del 2011
non è in grado di conferire un significato diverso all’art. 2, comma 4, ed in
particolare alla natura di scopo dell’impiego del maggior gettito.
In realtà, la
sostituzione della previsione dell’unico «Fondo» con quella dei due
«capitoli» istituiti presso gli stati previsionali dei bilanci del Ministero
della giustizia e del Ministero dell’economia e delle finanze, così come la
parziale riformulazione delle finalità e delle modalità di impiego dei
proventi, non cambiano la sostanza del problema poiché mutano le modalità di
impiego delle risorse, ma rimane invariato il carattere di scopo dello
stesso. Infatti, la sostituzione del «Fondo» con i due «capitoli» comporta la
semplice modifica del meccanismo di destinazione ed impiego dei proventi
attraverso un sistema di riparto “originario” che non necessita più di un
provvedimento del Presidente del Consiglio dei ministri di concerto con gli
altri dicasteri.
Dal raffronto
tra la vecchia e la nuova formulazione delle norme, cui rinvia la
disposizione impugnata, consegue dunque che la questione di costituzionalità
sollevata in riferimento all’art. 36 dello statuto ed alle correlate norme di
attuazione contenute nel d.P.R. n. 1074 del 1965 rimane inalterata sia in
relazione alle originarie destinazioni e modalità di impiego dell’incremento
contributivo che a quelle ora vigenti.
3. – Tanto premesso,
la questione posta in riferimento alle menzionate disposizioni dello statuto
e delle norme attuative non è fondata.
L’art. 36
dello statuto di autonomia speciale e l’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965
prevedono la titolarità, a favore della Regione siciliana, di tutte le
entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo territorio (ad
eccezione di alcuni specifici tributi).
Dette
disposizioni consentono una deroga a tale principio quando una legge statale
attribuisce allo Stato il gettito di determinati tributi, in presenza di due
condizioni tassative e cumulative: a) che si tratti di una entrata tributaria
«nuova»; b) che il relativo gettito sia destinato dalla legge alla copertura
di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative
dello Stato specificate nelle leggi medesime.
È stato già
affermato da questa Corte che il contributo unificato ha natura di «entrata
tributaria erariale» ai sensi dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965
(sentenze n. 143 del 2012 e n. 73 del 2005).
La Regione
siciliana, nel caso in esame, ritiene insussistente la seconda delle
condizioni richieste dal predetto art. 2 e, cioè, la “finalizzazione” del
tributo medesimo, non essendo in dubbio, quanto alla prima, che per «nuova»
entrata tributaria (la quale può essere riservata allo Stato, in virtù
dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965) si deve intendere anche la maggiore
entrata derivante da disposizioni legislative che aumentano le aliquote di
tributi preesistenti (ex plurimis, sentenza n. 348 del 2000).
In
particolare, la ricorrente non mette in dubbio la legittimità
dell’incremento, destinato allo Stato dalla disposizione denunciata, del
contributo unificato e neppure la sussistenza del requisito della novità, ma
contesta l’esistenza del secondo requisito necessario per consentire la
deroga al principio devolutivo, consistente nella specifica previsione
legislativa di destinazione di detto incremento alla copertura di oneri
diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello
Stato, specificate nella medesima legge istitutiva.
Gli obiettivi
di impiego dettagliatamente indicati sia nella originaria formulazione
dell’art. 37 (cui la norma impugnata rinvia) che in quella vigente rispondono
ad esigenze specifiche, le quali – sia pure nei loro eterogenei tratti
distintivi – rientrano nei prescritti caratteri di natura contingente o
continuativa. A tali categorie possono essere ascritti gli scopi afferenti
sia all’originaria formulazione – realizzazione di interventi urgenti in
materia di giustizia civile e amministrativa, nuove assunzioni di personale
di magistratura ordinaria, amministrativa e contabile, e degli avvocati e
procuratori dello Stato, funzionamento degli uffici giudiziari,
incentivazione degli obiettivi previsti di riduzione delle pendenze nei
medesimi uffici nonché erogazione di misure incentivanti per il personale di
magistratura – sia a quella vigente: interventi urgenti in materia di
giustizia civile, assunzione di personale di magistratura ordinaria, nonché,
per il solo anno 2013, completamento dei percorsi formativi dei lavoratori
cassintegrati, in mobilità, socialmente utili, disoccupati ed inoccupati che,
a partire dall’anno 2010, hanno partecipato a progetti formativi regionali o
provinciali presso gli uffici giudiziari, e, con decorrenza dall’anno 2014,
incentivazione del personale amministrativo appartenente a quegli uffici
giudiziari che, alla data del 31 dicembre, abbiano conseguito una riduzione
di almeno il 10 per cento delle pendenze dei procedimenti civili rispetto
all’anno precedente.
Alla luce dei
dati normativi, così ricostruiti, deve concludersi che l’incremento del
contributo unificato è legittimamente attribuito allo Stato perché, nel
rispetto degli evocati parametri statutari, esso è interamente vincolato alla
copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o
continuative dello Stato stesso, specificate nella legge.
4. – Anche la
questione proposta in riferimento al principio di leale collaborazione non è
fondata.
Occorre
evidenziare al riguardo che in analoga fattispecie afferente all’art. 37,
comma 10, del d.l. n. 98 del 2011, il quale riservava allo Stato il maggior
gettito derivante dall’incremento dell’importo del contributo unificato
dovuto nelle cause civili e amministrative, la Corte costituzionale ha già
affermato che, «[...] quando il legislatore riserva all’erario “nuove entrate
tributarie”, il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni impone
la previsione di un procedimento che contempli la partecipazione della
Regione siciliana (la quale deve essere posta in grado di interloquire sulle
scelte tecniche e sulle stime da effettuare e di rappresentare il proprio
punto di vista), solamente se la determinazione in concreto del gettito
derivante dalle nuove norme sia complessa (sentenze n. 152 del 2011, n. 288
del 2001, n. 348, n. 347 e n. 98 del 2000)» (sentenza n. 143 del 2012),
condizione ritenuta insussistente in quell’occasione in quanto la
«determinazione di tale ammontare nei singoli casi concreti dipende da
elementi di agevole individuazione» (sentenza n. 143 del 2012).
La
formulazione della norma ora impugnata è inequivocabile nel destinare allo
Stato tutto il maggior gettito prodotto dall’incremento degli importi
ordinariamente dovuti a titolo di contributo unificato. Nel caso di specie la
divisione del gettito tra Stato e Regione costituisce un’operazione agevole
come quella precedentemente esaminata con la sentenza n. 143 del 2012. Da ciò
consegue che non vi è alcuna necessità di coinvolgere la Regione nella
determinazione e ripartizione degli importi.
Quanto al
timore della ricorrente che il maggior gettito erariale possa confluire
indistintamente nel bilancio dello Stato senza realizzare le specifiche
finalità che configurano il requisito della deroga al principio devolutivo
regionale, questa Corte ha già precisato che, ove lo Stato in sede di
applicazione del riparto del tributo, dovesse determinare in modo erroneo la
quota di spettanza della Regione, quest’ultima «potrà sempre tutelarsi con le
opportune iniziative, incluso il conflitto di attribuzione» (ancora sentenza
n. 143 del 2012). Ciò vale non solo per le operazioni amministrative di
riparto, ma anche per la concreta gestione della partita di spesa. Se le
risorse risultanti dal maggior gettito non venissero impiegate per i fini
contemplati dalla disposizione che lo ha istituito oppure nel caso in cui il
mancato integrale o parziale impiego delle stesse desse luogo ad economie
direttamente confluenti nel risultato di amministrazione dello Stato quale
indistinta componente attiva, ben potrebbe la Regione siciliana rivendicarne
– attraverso apposito conflitto – la spettanza in base al richiamato
principio devolutivo contenuto nello statuto regionale.
5. – Deve
essere dunque esclusa l’illegittimità costituzionale della norma censurata,
fermo restando che, nell’ipotesi in cui le somme confluite nelle partite di
spesa del bilancio di previsione 2012 per le finalità contemplate dalle
disposizioni che hanno determinato il maggior gettito, non dovessero essere
integralmente o parzialmente impiegate per il suddetto scopo, la Regione
siciliana potrà legittimamente rivendicare l’attribuzione del maggior gettito
o del residuo non impiegato, eventualmente esperendo le azioni consentite.




Per Questi Motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
riservata a separate pronunce la decisione
sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel decreto-legge 24
gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo
delle infrastrutture e la competitività), convertito, con modificazioni,
dalla legge 24 marzo 2012, n. 27;
dichiara non fondata la questione di legittimità
costituzionale dell’articolo 2, comma 4, del decreto-legge n. 1 del 2012, nel
testo modificato dalla legge di conversione 24 marzo 2012, n. 27, promossa,
in riferimento all’art. 36 dello statuto della Regione siciliana (Regio
decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante «Approvazione dello
statuto della Regione siciliana»), alle correlate norme di attuazione di cui
al d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della
Regione siciliana in materia finanziaria) e, in particolare, all’art. 2,
nonché al principio di leale collaborazione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte
costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 marzo 2013.
F.to:
Franco
GALLO, Presidente
Aldo
CAROSI, Redattore
Gabriella
MELATTI, Cancelliere
Depositata
in Cancelleria il 15 marzo 2013.
Il
Direttore della Cancelleria
F.to:
Gabriella MELATTI
Rischio naturale, tegola sulla Regione IL FALLIMENTO DELLA REGIONE SICILIA LO SCIPPO DI RENZI ALLA REGIONE SICILIA
BACCEI, Catanzaro, CROCETTA.FONDI FAS, FARAONE, LUMIA, MONTANTE, Renzi, Rischio naturale, tegola sulla Regione IL FALLIMENTO DELLA REGIONE SICILIA,


Rischio naturale, tegola sulla Regione - QdS.it

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