Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).







 


 


 




 


 


 



mercoledì 12 settembre 2012

La mafia si trova bene in Comune


Inchiesta

La mafia si trova bene in Comune

di Giovanni Tizian
Sono 214 le amministrazioni sciolte per infiltrazioni delle cosche. E la prossima potrebbe essere addirittura Reggio Calabria. Ma i casi aumentano anche al nord. Mentre la legge per combattere il fenomeno si è arenata
(05 settembre 2012)
Reggio Calabria                         

Reggio CalabriaL'ultimo caso potrebbe diventare anche il più clamoroso. Da fine luglio sulla scrivania del ministro dell'Interno c'è un dossier sul Comune di Reggio Calabria di oltre 400 pagine, coperte dal segreto assoluto. Una radiografia dell'infiltrazione della 'ndrangheta nell'attività dell'amministrazione cittadina, frutto di sei mesi di lavoro degli ispettori del Viminale: nel mirino soprattutto le due stagioni del sindaco Giuseppe Scopelliti, oggi governatore della Regione. E adesso su questa base il ministro Anna Maria Cancellieri dovrà decidere se commissariare o meno per la prima volta un capoluogo di provincia. Dal 1991 a oggi i Comuni sciolti in tutta Italia per il contagio della criminalità organizzata sono stati 214, dal Sud remoto al profondo Nord: 22 soltanto nell'ultimo anno. La mappa di una democrazia che viene attaccata dal basso, contaminando l'istituzione a contatto diretto con gli elettori.


TESTA MOZZATA Fu uno choc nazionale a far nascere la legge per lo scioglimento delle amministrazioni infiltrate. Nel maggio 1991 a Taurianova, un paesone del Reggino, ammazzano un boss ed ex consigliere dc seduto nel negozio del barbiere. Per vendetta i suoi uomini uccidono quattro rivali: uno dei nemici viene decapitato, poi nella strada principale sparano sulla testa, facendola rimbalzare nell'imitazione di un film western. Su impulso dell'allora guardasigilli Claudio Martelli, il penultimo parlamento della Prima Repubblica approvò la normativa per combattere la collusione tra clan e enti locali. Una reazione potente, anche se forse tardiva: all'inizio degli anni Ottanta per due volte il presidente Sandro Pertini era intervenuto personalmente per fare piazza pulita di situazioni scandalose, come il centro irpino di Quindici - dove c'era stata una battaglia tra camorristi in municipio - e Limbadi, epicentro vibonese di una faida senza quartiere dove fu eletto a sindaco un super boss latitante.   

UNA LUNGA LISTA NERA Da allora in media ogni anno sono state mandate a casa dieci amministrazioni civiche. La prima al Nord è stata nel 1996 Bardonecchia, diventata feudo di una famiglia calabrese, che grazie alla copertura degli uffici comunali ha costruito fiumi di villette nella montagna piemontese. Secondo i dati di Legautonomie Calabria il triste primato spetta alle giunte guidate da coalizioni di centrodestra e da liste civiche, spesso ispirate direttamente dalle cosche per potere irrompere nella stanza dei bottoni senza venire a patti con i partiti nazionali. Ma nell'ultimo periodo gli interventi del Viminale si stanno intensificando anche sopra il Po. Uno degli ultimi centri colpiti dallo scioglimento è Rivarolo Canavese, 12 mila abitanti e un tessuto produttivo ancora ricco alle porte di Torino. Qui i boss possono contare sull'appoggio di insospettabili imprenditori attivi nella vita politica locale che per raccogliere un pugno di voti non hanno esitato a rivolgersi a "don" Giorgio De Masi e "don" Peppe Catalano, mammasantissima calabresi nella cerchia torinese. I patriarchi non fanno niente per nulla. I sub appalti delle piccole e delle grandi opere, per esempio, erano al centro dei colloqui intrattenuti dai sindaci nel centrale bar Italia di Torino. 
Lì si ritrovavano figure d'ogni tipo. Uomini d'onore ma anche assessori regionali e candidati al Parlamento europeo, perché è a Bruxelles «che si decidono le grandi opere». E i consiglieri comunali, arbitri dei piani regolatori che trasformano i terreni in tesori. Un crocevia di interessi trasversali, come piace ai padrini del terzo millennio. L'indagine Minotauro della Procura antimafia di Torino ha svelato le collusioni. E in poco più di due mesi, tra marzo e maggio 2012, gli ispettori della prefettura hanno messo alla porta giunta e consiglio comunale di Rivarolo e di un altro centro, Leinì. Identiche le motivazioni: la 'ndrangheta ne avrebbe condizionato le scelte.

FRONTE DELLA LIGURIA I clan reggini sono protagonisti assoluti anche in provincia di Imperia. Lì alla fine degli anni Sessanta si è trasferita una comunità di emigrati calabresi, che si sono integrati nella società ligure. Ma come spesso accade, tra tanti lavoratori si sono inseriti anche gli emissari del clan, particolarmente interessati a sfruttare i vantaggi della frontiera con la Francia e il mercato edilizio, intrecciando rapporti con i rappresentanti dei municipi. Per decenni la questione è stata ignorata. Poi in pochi mesi, a cavallo tra il 2011 e il 2012, prima Bordighera e poi Ventimiglia hanno pagato il prezzo della collusioni di qualche assessore spregiudicato. Lo scambio di favori tra boss, assessori, consiglieri o dirigenti comunali, non tratta solo di cemento. La torta è fatta anche di contratti per l'igiene pubblica, la cura del verde pubblico e le licenze per gestire sale da gioco.

RIFORMA DOUBLE FACE La legge è stata modificata nel 2009 su impulso dell'allora ministro dell'Interno Roberto Maroni, con il pacchetto sicurezza del governo Berlusconi. Le nuove regole dovevano potenziarne l'applicazione, permettendo non solo di licenziare i consiglieri eletti ma anche i funzionari collusi. Allo stesso tempo però hanno introdotto vincoli più rigorosi per documentare i sospetti: l'obbligo per gli ispettori di rilevare «concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti tra singoli amministratori e la criminalità organizzata». Il numero di provvedimenti decisi dal Viminale non è diminuito, ma si sono moltiplicati i ricorsi al Tar, che finisce per revocarli quasi tutti. Perché l'interpretazione delle regole non considera che siano sufficienti vicende come quelle di sindaci-medici che nel tempo libero curano boss latitanti, di primi cittadini fraterni amici dei padrini, di assessori fratelli di ergastolani e consiglieri comunali affiliati alla 'ndrangheta. E gli annullamenti creano situazioni paradossali, con il ritorno sulla poltrona di figure screditate e soprattutto una lunga paralisi di ogni attività dei municipi.


ARMA INUTILE A oggi i Comuni gestiti dai commissari prefettizi sono 35. Solo in Calabria sono 16, il resto è spalmato a macchia di leopardo tra Sicilia, Campania, Liguria e Piemonte. E c'è un altro problema, più volte sottolineato dagli esperti: spesso il commissariamento si trasforma solo in una parentesi tra due amministrazioni colluse. Senza un'azione sociale, che bonifichi il territorio dal dominio del clan, la rimozione delle giunte rischia di essere inutile. In alcuni casi, inoltre, i commissari a cui viene affidata la guida dei Comuni per un periodo da dodici a ventiquattro mesi non hanno alcuna esperienza di gestione. Finora ci sono stati consigli sciolti per tre volte (in Campania Casal di Principe e Casapesenna, cuore dell'impero casalese), altri per due volte (in Sicilia Niscemi, in Calabria Gioia Tauro). Il segno dei limiti di questa misura: non basta il commissario per sradicare il consenso dei padrini, che fanno del controllo del territorio il fulcro del loro potere. Chiosa Luigi De Sena, senatore e vicepresidente della Commissione antimafia: «Quando uno stesso Comune viene sciolto più volte che cosa abbiamo ottenuto? Nulla». De Sena è stato anche vicecapo della polizia e superprefetto a Reggio Calabria, nominato dal governo Prodi all'indomani dell'omicidio di Francesco Fortugno, il numero due della Regione Calabria assassinato nel seggio delle primarie dell'Ulivo: «Sarebbe maggiormente efficace se ai sindaci che manifestano difficoltà gestionali venissero affiancati dei funzionari prefettizi che li sostengano, daremmo un messaggio forte: lo Stato è al fianco degli amministratori che resistono». Oltre ai sindaci in difficoltà ci sono però quelli che vengono a patti con i clan. E dipendenti o funzionari affiliati alle cosche. Personaggi contro i quali "un tutor" prefettizio non avrebbe poteri. Ma De Sena ritiene che vada soprattutto rafforzato il contrasto all'infiltrazione nell'apparato burocratico ed è tra i firmatari di un emendamento al testo unico degli Enti locali che prevede il licenziamento senza preavviso del dipendente colluso. 

SOTTO INCHIESTA Le commissioni di accesso al lavoro in tutta Italia al momento sono nove. Tutte al Sud, da quando a fine luglio gli ispettori hanno lasciato gli uffici di Chivasso: una missione decisa dopo che Bruno Trunfio, vicesegretario Udc e coordinatore della campagna elettorale, il padre e il fratello sono stati arrestati con l'accusa di essere affiliati di rango della 'ndrangheta piemontese. A Chivasso grazie al boom dei centristi il sindaco di centrosinistra aveva vinto le elezioni: gli investigatori ritengono però che questo successo sia stato realizzato grazie al sostegno dei boss, che puntavano a mettere piede negli affari degli assessorati e dell'unica partecipata del Comune piemontese. Bruno Trunfio non è un neofita della politica. I primi passi li ha mossi con il centrodestra: era assessore ai Lavori pubblici nella giunta guidata dall'ex sindaco e oggi senatore Pdl Andrea Fluttero. Se venisse sciolto Chivasso, sarebbe per il Piemonte il terzo Comune commissariato per mafia in un anno: il segno di quanto si sia spinta al Nord la marcia della criminalità.

Giuseppe Scopelliti 
E ORA REGGIO Ma il verdetto più importante riguarda Reggio Calabria, che con 190 mila abitanti potrebbe segnare un nuovo record nella lista nera del Viminale. Gli esperti della commissione di accesso hanno lavorato da fine gennaio al 13 luglio scorso: sei mesi in cui hanno passato al setaccio migliaia di documenti su appalti, consulenze, delibere. Ai sospetti di condizionamento mafioso, si aggiunge l'enorme buco finanziario: secondo la Corte dei Conti è di 170 milioni di euro. Al centro degli accertamenti ci sono le due gestioni dell'ex sindaco Giuseppe Scopelliti, attuale governatore Pdl della Regione. Su Scopelliti e tre revisori del bilancio municipale pende già una richiesta di processo per falso e abuso d'ufficio: l'accusa riguarda un ammanco di oltre 87 milioni, accumulato tra il 2008 e il 2010. Una storia segnata dalla morte di Orsola Fallara, ex dirigente del settore Bilancio, che si è tolta la vita ingerendo acido muriatico.


La commissione d'accesso si è però concentrata sulle relazioni pericolose che avrebbero portato le 'ndrine in Comune. A partire dalla società Multiservizi Spa, a maggioranza pubblica: secondo la Procura antimafia di Reggio Calabria era affare del clan Tegano. E la prefettura l'ha sciolta il 3 luglio con un provvedimento in cui evidenzia «collegamenti personali, economici e familiari fra alcuni componenti della compagine sociale ed elementi di sodalizi malavitosi». Reggio è una città complicata. Il nero non è mai nero, sfuma sempre al grigio. I rapporti con servizi segreti, affaristi e massoni sono pane quotidiano per gli 'ndranghetisti locali. Giovanni Zumbo è un commercialista noto in città, amministratore di beni sequestrati alle 'ndrine e referente degli 007 dei servizi, che allo stesso tempo sussurrava ai boss notizie riservate sulle indagini. Godeva di stima nelle stanze comunali. E alla sorella e alla moglie di Zumbo, in società con il fratello di un pregiudicato, il Comune ha affidato la gestione del centro sportivo Parco Caserta. 

Presidente in carica della società, come ha verificato "l'Espresso", è lo stesso Giovanni Zumbo. Ancora oggi, nonostante le indagini e gli arresti, le loro società continuano a gestire la struttura. Il municipio pare il cuore di un intreccio di affari oscuri. Ci sono processi sul voto di scambio; le telefonate tra padrini e assessori dell'era Scopelliti; gli arresti di quattro tra ex e attuali consiglieri comunali (l'ultimo a fine luglio) e persino della suocera di Luigi Tuccio, assessore ll'Urbanistica e vicinissimo al governatore della Calabria, che avrebbe favorito la latitanza del capobastone Pasquale Condello. Tutti elementi che la commissione ha valutato e che sono finiti nella relazione finale arrivata sul tavolo del ministro Cancellieri.

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